Caro Direttore, di parchi e ambiente mi voglio e mi devo occupare e mi dispiace che chi ha scritto ieri, nella sua doppia veste di giornalista e di presidente di parco, non abbia colto l'urgenza di ripensare l'uso, il valore e le modalità di gestione di ciò che dovrebbe rappresentare la parte più pregiata del nostro Paese. Credo infatti che sui parchi italiani ci sia molto da fare, ma non per «svenderli ai privati» come pure qualcuno travisando le mie parole ha scritto, non per ridurne la quantità e la qualità, non per far «dimettere» lo Stato dalla gestione ambientale del territorio. Io voglio fare esattamente l'opposto. In Italia abbiamo circa 800 aree soggette a tutela fra parchi, riserve e aree protette nazionali e regionali. E circa 800 enti a gestirle. Dei 23 parchi nazionali alcuni sono commissariati, solo 2 hanno approvato il Piano Pluriennale economico sociale (quello del parco d'Abruzzo, ad esempio, ha impiegato 5 anni a ottenere il parere favorevole dalla Regione). E tutti questi enti sono condizionati da pastoie burocratiche e sovrapposizione di competenze. Questo gran numero di organismi drena una cospicua quantità di denaro pubblico che, disperso in tanti rivoli, però poi si rivela esiguo per ogni singola realtà. Risorse che alla fine servono per pagare presidenti, direttori, consigli direttivi e quasi null'altro, tranne pochissime lodevoli eccezioni. E la situazione per gli anni a venire è che, chiunque governi, di fondi pubblici non ce ne saranno di più. Allora ho posto un problema politico. Il modello che carica sul pubblico tutte le spese di gestione e «tutela» di un immenso patrimonio che va difeso, protetto, gestito, valorizzato è un modello plausibile, è un modello che ha futuro? O non significa condannare parchi e riserve a una vita grama? Non significa condannare il settore parchi a sopravvivere come una sezione del sottogoverno? Per questo credo che non vadano cambiati i parchi ma gli enti parco, che si trovano spesso a (non) gestire territori sconfinati, che comprendono fino a 83 Comuni, attraversati da strade e autostrade. Ritengo indispensabile ripensare questo modello e affiancare al pubblico il coinvolgimento dei privati che aiutino la fruizione di questi beni di enorme valore. Occorre infatti dotare queste zone di servizi, di piccole strutture ricettive e di ristorazione, di aree artigiane, di tutte quelle iniziative che non scalfiscano minimamente lo stato dei luoghi e la loro integrità, ma siano forte volano di sviluppo per il territorio. Occorre cambiare rotta per difendere i parchi. Perché ritengo che il ministero dell'Ambiente debba occuparsi della protezione e della valorizzazione dell'ambiente e non del «poltronificio». Ministro dell'Ambiente