ROMA - Il Colosseo non si vende, gli italiani possono stare tranquilli. E neppure la Fontana di Trevi, il Duomo di Milano e tanti altri monumenti che appartengono al demanio e sono rigorosamente inalienabili. Lo stabilisce il nuovo codice sui beni culturali e paesaggistici approvato ieri dal consiglio dei ministri, che tuttavia prevede (e regolamenta) la possibilità di vendere palazzi, case, caserme, carceri e immobili abbandonati dello Stato. «Per la prima volta dalla legge Bottai del 1939 sulle cose d'arte e sulle bellezze naturali tentiamo con questo codice una risistemazione aggiornata del corpus normativo sui beni culturali italiani», ha dichiarato il ministro Giuliano Urbani uscendo dal consiglio dei ministri. «Abbiamo introdotto nuovi modelli di gestione e di valorizzazione del patrimonio per coniugare al meglio le esigenze prioritarie della tutela con una visione moderna del bene culturale, inteso anche come risorsa». Per quanto riguarda la tutela del paesaggio, Urbani ha parlato di «una rivoluzione copernicana» che permetterà di superare i conflitti amministrativi tra regioni, province e comuni. «La pianificazione e la gestione del paesaggio sarà fatta in accordo con le realtà territoriali, ma dovrà essere capace di salvaguardare gli straordinari caratteri culturali dei paesaggi italiani come patrimonio identitario dell'intera collettività nazionale». L'aspetto più significativo e controverso del Codice Urbani rimane quello della vendita dei beni demaniali - prospettiva che qualche tempo fa fece balenare ipotesi fantasiose di inusitate dismissioni di monumenti storici. Il ministro ha tenuto a precisare, per l'appunto, che non si tratta di «vendere il Colosseo» o altri grandi monumenti che appartengono agli italiani, ma piuttosto di compilare un elenco di quello che si può e quello che non si può vendere. In realtà la messa in vendita di beni del demanio era già Stata ammessa dalla legge nel 1999 e un decreto del 2000 ne aveva definito limiti e condizioni. Ma il sovrapporsi di una miriade di leggi e leggine successive aveva finito per rendere molto confuso il quadro giuridico relativo all'alienabilità dei beni di Stato. Il Codice Urbani mira a portare unità e chiarezza al regime fissando tre categorie di beni: quelli che sono assolutamente inalienabili, quelli che sono cedibili a privati ma con una destinazione d'uso limitata (un palazzo, per esempio, potrà essere venduto per farne un museo ma non una discoteca o un megastore), e infine quelli che sono vendibili perché privi di valore storico-artistico. Naturalmente l'elenco ufficiale dei beni demaniali vendibili e non vendibili ancora non c'è: è un'operazione che richiederà un lavoro molto lungo, e che coinvolgerà il demanio e le sovrintendenze di tutta Italia. E nel frattempo? In via provvisoria e cautelare è stato disposto che non potranno essere venduti beni culturali che hanno più di cinquant'anni e che sono l'opera di un autore non più vivente, almeno fino a quando non sia intervenuta la prevista verifica del loro interesse storico-artistico. Per il resto lo Stato può cominciare a vendere. La nuova legge non piace all'opposizione, che avrebbe auspicato, su un tema come questo, un maggior coinvolgimento del Parlamento. «Su temi di così grande rilievo non è possibile ricorrere a scorciatoie e vie traverse», protesta Enzo Carra, responsabile cultura della Margherita. Per il suo collega Andrea Colasio, della commissione cultura alla Camera, il Codice Urbani «nasce già vecchio perché rimane ancorato ad una visione statalista e centralistica della tutela». Polemico anche il Wwf per gli aspetti che riguardano la protezione del paesaggio: spiagge, montagne, laghi, fiumi e boschi - insiste l'organizzazione ambientalista - non avranno più la tutela che gli garantiva la precedente legge Salasso. Primo, perché i piani paesaggistici da ora in poi saranno approvati solo dalle Regioni. Secondo, perché le sovrintendenze, uniche in grado di valutare l'impatto di un'opera sul paesaggio, sono state tagliate fuori. «Il nuovo codice non 'aggiorna' le norme di tutela del paesaggio, come dichiarato dal ministro Urbani, bensì le elimina. Le innovazioni introdotte dal nuovo codice sono tali da cancellare i due elementi portanti della complessa riforma delle leggi sul paesaggio iniziata nel 1984».