Il varo eri, del nuovo Codice dei Beni culturali e paesaggistici da parte del Consiglio dei ministri, finalizzato nelle dichiarazioni del Governo ad una semplificazione legislativa, una maggiore certezza nella tutela, maggiore salvaguardia del paesaggio e moderni strumenti perla gestione dei beni culturali, ha immediatamente acceso una forte polemica fra opposizione e maggioranza. Il cardine attorno al quale mota il Codice - ricorda il ministero dei Beni culturali - è l'art.9 della Costituzione, in forza del quale la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Il ministro Giuliano Urbani ha anche sottolineato che «dopo oltre sessanta anni dalle leggi Bottai del 1939 sulle cose d'arte e sulle bellezze naturali, con il Codice dei beni culturali, per la prima volta, è stata tentata una risistemazione aggiornata (e non solo compilativa come è invece avvenuto per il Testo Unico del 1999) del corpus normativo sui beni culturali. «Il rispetto dell'impianto fondamentale della tradizionale disciplina dei vincoli in tema di beni culturali in senso stretto non ha impedito ha sottolineato il ministro l'introduzione di importanti riforme dei singoli istituti. Sono inoltre stati introdotti nuovi modelli di gestione e di valorizzazione capaci di coniugare al meglio le esigenze prioritarie della tutela con una visione moderna del bene culturale, inteso anche come risorsa». Ma il centrosinistra è insorto contro questo nuovo Codice, «con il quale - ha affermato il vicepresidente della Commissione Ambiente del Senato, il verde Sauro Turioni - i musei potranno essere affidati a privati ai quali i beni culturali potranno essere assegnati in comodato. L'Italia rimpiange il ministro fascista Bottai che fu capace con due leggi fondamentali di tutelare ciò che oggi Urbani trasforma e mette in pericolo per la prima volta nella storia d'Italia». L'innovazione più grave di tutte, secondo Turroni («perché in conflitto con la stessa Costituzione») è la possibilità di affidare compiti di tutela alle Regioni e agli enti locali». Per Giovanna Melandri «Urbani sta rottamando tutte le politiche culturali del nostro Paese sostituendole con regole mercantili che non difendono la cultura come bene pubblico. Il Codice abbassa il livello della salvaguardia e non assicura affatto la preminenza dell'interesse pubblico rispetto a distorsioni mercantili o a politiche preoccupate unicamente di fare cassa. Vengono di fatto annullate le norme di salvaguardia oggettiva del paesaggio previste dalla Legge Galasso». Molto critici anche Legambiente ed Enzo Carra (Margherita).