Il codice dei beni culturali e paesaggistici è molto poco apprezzato dalle maggiori associazioni culturali e paesaggistiche. Un primo punto riguarda «Tutela e valorizzazione». Il nuovo codice critica la distinzione delle due attività realizzata dal governo ulivista «ingiustificata da un punto di vista scientifico» e vuole riunificare le funzioni. Dopo avere spiegato che la tutela è più importante della valorizzazione, il codice si perde in un intrico; tra stato e regioni la divisione delle competenze non funziona. Il risultato è più complicato e indistinto di prima. C'è poi la «Proprietà privata». «Si è colta l'occasione di prevedere una forma dì 'giustiziabilità' interna alla dichiarazione dì interesse culturale». Significa che l'amministrazione può tornare sui propri provvedimenti, se gli interessati sono capaci di far emergere «elementi nuovi o non sufficientemente valutati» o far rilevare «eventuali vizi dell'atto». C'è poi l'introduzione del contratto di comodato tra il privato e l'amministrazione, nel senso che il privato può cedere, appunto in comodato, il proprio bene «per un periodo non limitatissimo» senza oneri di custodia e restauro, per poi riaverli in proprietà». Insomma: il conte si fa riparare il castello dallo stato; affar suo ciò che ne farà dopo. E' sancito il principio dell'inalienabilità dei beni culturali appartenenti al demanio dello stato e degli altri enti territoriali ...tranne che nei modi previsti dallo stesso codice. Si è compilato un elenco di beni «culturali» demaniali «sottratti in modo assoluto alla circolazione». II risultato è che i beni «paesaggistici» sono poco tutelati; il codice consente molta discrezionalità. E il bene pubblico è un optional troppo oneroso.