Caro direttore, ieri il Corriere ha pubblicato un interessante e accorato fondo firmato da Ernesto Galli della Loggia dal titolo «La cultura come risorsa». Se me lo concede vorrei introdurmi nell'argomento, a mio avviso di centrale importanza per cominciare a progettare una politica italiana della cultura. Galli della Loggia fa giustamente un ritratto, molto edificante, della nostra bellezza, della nostra memoria, dei nostri patrimoni culturali, eccetera. E suo discorso parte dalla convinzione che l'Italia ha bisogno di investire sulle risorse della cultura e del sapere, per ridare valore alla sua «compattezza identitaria e civile». «L'Italia esiste», dice. Poi, verso la fine del suo pezzo, si lascia andare al sogno di un'Italia colta, matura. Chi si occupa di Sapere non dovrebbe essere costretto a disquisire di «tagli», di organici, di soldi. Così si conclude l'articolo: «Vorremmo una buona volta poter parlare, e sentir parlare, d'altro. Del nostro Paese, per l'appunto: del suo e del nostro avvenire». Galli della Loggia non si pone una questione prosastica quanto sostanziale: ci possiamo occupare di cultura senza considerarla un investimento? Proteggere le nostre bellezze archeologiche e naturali, i nostri beni, i nostri oggetti testamentari, e i nostri artisti, ha un costo. Fare una politica della cultura significa amministrare sapientemente i conti, tentando, fin dove si può, di portarli in pareggio. La Francia e la Germania investono tre volte più di noi sulla cultura. Noi siamo agli ultimi gradini della scala europea, eppure abbiamo più «bellezze» di quanto ne abbia la somma di tutti gli altri Paesi. All'inizio dell'articolo, l'autore si pone la seguente domanda: «La destra italiana pensa di avere in quei ministeri (Istruzione e Cultura), in quegli ambiti, un particolare, specifico, interesse politico, o no?». E ancora: «Ritiene la destra italiana che Istruzione e Cultura abbiano un qualche rilievo strategico nel futuro del Paese oppure no?». Le confesso, direttore, che sono rimasto sbalordito dalla conseguente affermazione di Galli della Loggia: «È difficile dare una risposta». Evidentemente egli non è informato del pesante colpo di mannaia che questo governo ha sferrato proprio in entrambi i settori di cui parla. La scuola, le università e la ricerca sono drammaticamente penalizzate. Un brutto futuro aspetta editoria, spettacolo dal vivo, musica, danza, arti visive eccetera. Gli enti locali con l'abolizione dell'Ici saranno costretti a eliminare i servizi culturali. Dunque, non è difficile dare una risposta. La risposta è no, la cultura non è strategica per la destra al governo. Ma non è di cifre e di tagli che voglio qui parlare. Temo che Ernesto Galli della Loggia abbia una visione sbrigativa e nostalgica della nostra cultura. Davanti al suo sguardo si apre un'Italia che si è smarrita: «L'Italia ha bisogno di riprendere il filo della sua vicenda in quanto nazione, di riscoprire il senso e le molte vocazioni della sua identità». Io penso che l'Italia figurata da Galli della Loggia non sia mai esistita, con la sua identità di nazione. Non è mai esistita neanche linguisticamente. Oggi che le differenze culturali, i dialetti, le classi, sono stati ingoiati dall'anomia della società in via di globalizzazione, per paradosso, si può parlare di entità italiana (e non certo di identità italiana). I nuovi fenomeni della nostalgia delle radici e dell'ancoraggio al territorio come reazione alla crisi demartiniana della presenza, ci raccontano che è in atto un profondo moto regressivo in seno alla nostra società. Il rischio è tornare alla parcellizzazione campanilistica tipica dell'Italietta. L'Italia non può più tornare indietro, è costretta a trovare una visione di sé in sintonia con i suoi cambiamenti antropologici e con i nuovi modelli di sviluppo planetari. Più facile orientarsi verso un'identità europea, libera e democratica in cui possano perfettamente convivere territorio e multinazionalità. La nuova cultura sta nascendo adesso, a dispetto mio e di Galli della Loggia. La cultura italiana si troverà sempre di più a raccontare se stessa, a descrivere passo passo ciò che succede intorno a noi e dentro di noi, senza potersi far forte di ciò che siamo stati per secoli. Questo governo non è interessato alla cultura perché schiacciato sul presente, su una prospettiva economicistica e materialista del nostro Paese. La considera un mercato speculativo, che in questo momento di crisi non incoraggia a fare investimenti. Ha la vista corta, proprio perché non vive «la cultura come risorsa». Dovrebbe invece creare e aprire spazi al racconto dell'Italia, far tesoro delle sue bellezze, offrire opportunità ai nostri talenti di palesarsi. E non dico questo con il tono retorico di un umanista, ma immedesimandomi in chi dovrebbe cercare di costruire un'Italia più ricca, più civile, più competitiva. Con spirito meramente imprenditoriale.
Beni Culturali - Con i tagli lo sviluppo è un'illusione. Risposta a Galli Della Loggia
Il direttore di un giornale legge un articolo di Ernesto Galli della Loggia, "La cultura come risorsa", in cui l'autore sostiene che l'Italia ha bisogno di investire sulle risorse della cultura e del sapere per ridare valore alla sua compattezza identitaria e civile. L'autore critica la destra italiana per non considerare la cultura come un investimento strategico per il futuro del Paese. Il direttore del giornale è sbalordito dalla affermazione di Galli della Loggia e si chiede se la cultura sia strategica per la destra al governo.
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