VENEZIA Sulla Laguna tra mille difficoltà e pochi denari, gli splendidi fuochi dartificio, i cortei di gondole lungo i canali, le cene, le canzoni, le bevute tirando mattina, le regate, il pellegrinaggio lungo il ponte di barche che dalle Zattere porta alla chiesa del Palladio alla Giudecca. Da ieri notte Venezia celebra la sua festa meravigliosa, il Redentore, proclamato per la fine della peste del 1575. Settantamila vittime, la popolazione scesa a 135.000 residenti. Quasi il triplo di oggi, esclusi naturalmente i turisti, che implacabili marciano sulla laguna al passo di venti milioni ogni anno. «Metti una man qua, varda come diventa bianca». In Calle del Traghetto, accanto alla Ca dOro, il vecchio oste Gino accarezza una colonna e la mano si porta via una patina lieve di marmo. Un cornicione è crollato in una delle calli che vanno da Rialto a San Marco, un altro vicino a Campo Santa Margherita e un pezzo di marmo dal Palazzo Ducale. «Più della metà dei nostri palazzi è vecchia di due-tre secoli. Io vivo in una casa dei Cinquecento, cè sempre bisogno di restauri, ma costano lira di Dio e adesso i soldi sono finítí», dice lo scrittore e storico della, città Paolo Barbaro. E un nome darte: lui si chiama Ennio Gallo, è stato ingegnere dellEnel e conosce ogni pietra della città: «Sotto Venezia cè il più grande bosco dItalia. Sono le nostre fondamenta che si muovono e creano crepe. Bisogna intervenire e spesso una volta sola non basta». Salvare Venezia sta diventando unimpresa quasi impossibile ora che i soldi della Legge Speciale, istituita dopo «lAcqua granda», lalluvione del 1966, sono finiti. Lemergenza, invece, è tuttaltro che cessata. Giovedì scorso il sindaco Cacciari è andato a Roma, ha incontrato i ministri Matteoli, Bondi e Tremonti, ed è ritornato furioso: «Hanno previsto uno stanziamento di cinque milioni di euro allanno, a me ne servono almeno sessanta per non bloccare i lavori già avviata di manutenzione, di scavo dei rii, di restauro del patrimonio immobiliare privato. Sotto questa soglia si blocca tutto a partire dallanno prossimo. I veneziani devono creare un fortissimo movimento dopinione, altrimenti non riusciremo a realizzare più nulla». Il contestato, ma infine approvato, progetto Mose - le dighe mobili per bloccare lavanzata delle alte maree - ha inghiottitto e inghiottirà risorse enormi: quattro miliardi dì euro. «Ma fermare lacqua alta è solo il primo passo, poi bisogna intervenire sugli edifici. Purtroppo la monocultura turistica ha creato una rendita di posizione tanto ricca quanto poco virtuosa», racconta Toni Paruzzolo. E lamministratore delegato di Thetis, la società di energia ambientale che 15 anni fa - «quando non ci credeva nessuno» ha puntato sul riscatto dellarea dellArsenale. «Restaurare un palazzo veneziano costa anche tre volte di più di quanto si spende altrove. Venezia non è solo speciale, è unica, ha bisogno dì risorse ingenti». Paruzzolo è stato di recente nominato presidente del Conservatorio Benedetto Marcello, ospitato a Palazzo Pisani: «Dobbiamo restaurarlo, occorrono 25 milioni di euro. A Milano, a Roma, con questa cifra sistemo migliaia e migliaia di metri quadri di uffici e appartamenti». Ecco, lungo il Canal Grande, sfilare Ca Giustìnìan, sede della Biennale, incartata in troppo lunghi e dispendiosi lavori. Ca Corner della Regina, un tempo dimora dellArchivio Storico delle Arti Contemporanee, oggi è un palazzo sbarrato. Ecco il Ponte di Calatrava, finalmente quasi pronto, dopo il triplo del tempo e della spesa previsti. Paolo Barbaro chiede ai 55.000 «residenti superstiti» un impegno assoluto: «I veneziani, a costo di impegnarsi la camicia, devono giurare a se stessi di restare a Venezia. Se perdiamo ancora qualche migliaio di abitanti non ci sarà più ritorno. Vinceranno solo il turismo e le sue corporazioni (albergatori, ristoratori, gondolieri, taxisti) che della bellezza della città non si curano». «Ahi Venessia, ahi Vinegia, ahi Venusia», ha scritto Andrea Zanzotto, cantando il suo inno alla città bella come una dea uscita dalle acque, eternamente fragile.