Compiuto lo scippo della Biennale di Venezia adesso tocca al cinema, frontalmente. In giornata, infatti, il Consiglio dei ministri approverà il tanto atteso, ma anche tanto criticato decreto Ai riforma del settore voluto dal ministro Urbani. «Un decreto -sottolinea Franca Chiaromonte dei Ds - che non risolve i nodi del settore cinematografico, ma semmai li aggrava. Anche perché certi problemi non si risolvono con le deleghe ma con le leggi». Intanto, tra audizioni con gli addetti del settore e «pareri» come quello espresso l'altro giorno in Commissione cultura dalla forzista Gabriella Carlucci, si attende che il decreto sia almeno modificato in accordo con le «osservazioni» ricevute. Magari non tutte «fondamentali», potremmo dire, come quelle venute fuori all'ultima Commissione cultura in cui si propone di puntare molto sulla promozione dei film che ottengono i finanziamenti pubblici. Come? Facendo delle belle serate televisive in cui presentare gli autori e i progetti, tanto per far vedere 'che il governo quando si tratta dì soldi pubblici ci tiene alla trasparenza, per carità. A parte, però, il folklore al quale ormai siamo abituati, si sa già, che la sostanza del decreto non cambierà. I punti cruciali, dunque, sembrano destinati a rimanere. Come quello relativo al reference System che, seppure in parte migliorato, rimane il criterio prescelto per finanziare i film col denaro pubblico in base a atteri di tipo «mercantile». Cioè in base al potere finanziario della produzione o la popolarità del regista. E ancora la concentrazione di potere nelle sole mani di Cinecittà Holding che poi significa in quelle dei suoi titolari (Avati Livolsi) di stretta nomina governativa, nonché forzista. Ma gli argomenti di critica al decreto non finiscono qui. «Il fatto è - prosegue Franca Chiaromonte - che questo provvedimento non tocca alcuni punti fondamentali per l'industria cinematografica. Tipo il rapporto cinema-tv». In particolare l'applicazione di quella legge 122 che dovrebbe servire a portare finanziamenti al cinema da parte della televisione, ma che mai viene rispettata e che tanto meno viene menzionata nel decreto. Non ultima, poi, conclude Franca Chiaromonte, «è la questione sale, cioè l'emergenza in cui si trovano le piccole e medie sale, schiacciate dai multiplex».