Alla soglia di fine millennio è arrivato, quando ormai nessuno più se lo aspettava, come risultato di un lavoro di collazione e riassemblaggio di due leggi di tutela (la 1.089 e la 1.497 del !939), il Testo unico per i Beni culturali (1999). n quale, finalmente, all'articolo 34, per la prima volta si impegna a legiferare una tanto attesa definizione: «Per restauro si intende l'intervento diretto sulla cosa volto a mantenerne l'integrità materiale e ad assicurare la conservazione e la protezione dei suoi valori culturali». Una definizione, questa, pari pari trasferita nell'articolo 29 del Nuovo codice dei Beni culturali (del 2002) che definisce le possibili componenti della conservazione dichiarando che essa è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione, manutenzione e restauro. Per poi precisare, nel merito, introducendo le nuove parole chiave di prevenzione, controllo, mantenimento, integrità, efficienza, identità e trasmissione che sembrano tutte contribuire sui profili di competenza dei restauratori e sui relativi criteri e livelli di qualità dell'insegnamento del restauro. Di questi si parlerà oggi, alle 15, al complesso di San Michele a Roma, nella giornata di studi «Salvaguardare l'architettura contemporanea a rischio», nell'ambito della Terza mostra internazionale del restauro monumentale che abbiamo organizzato. Con noi ci saranno, tra gli altri, il direttore generale per i Beni culturali Roberto Cecchi e Francesco Prosperetti, direttore generale per la Qualità e tutela del paesaggio e architettura contemporanea.