Interviene con toni garbati ma fermi Salvatore Settis, sul «progetto Pompei» elaborato dal ministro Urbani, che lo ha appena cooptato nel consiglio scientifico sui Beni Culturali. A lui, storico dell'arte e dell' archeologia di fama mondiale, direttore della Normale di Pisa, non va giù l'idea di una Pompei virtuale, con auditorium ed albergo, accanto a quella reale. «Sarebbe un errore drammatico - dice -. Anche se si realizzasse la realtà virtuale migliore del mondo andrebbe fatta rigorosamente lontano dal sito archeologico. Perché Pompei non ha bisogno di altre suggestioni per attirare i visitatori. Il rischio è che si crei un fastidioso rumore di fondo che disturberebbe l'unica cosa che conta, cioè gli scavi stessi. Se si vuoi fare una Pompei virtuale, la si realizzi in California o in qualunque posto purché sia lontano dagli scavi». Non le piace nemmeno il progetto del presidente della Regione Campania Bassolino, affidato al prof. Francesco Venezia, su un gran parco a tema vicino agli scavi? «Si possono progettare tutti i parchi a tema che si vuole, anche con delfini o altre attrazioni, ma creare una concorrenza diretta, di vicinanza, con la Pompei reale, sul modello del "biglietto unico", è una vera e propria perversione, qualunque cosa ne dicano Urbani e Bassolino. La specificità dell'Italia non può essere il virtuale, ma la realtà. A Las Vegas ci sono riproduzioni di Venezia: noi abbiamo l' originale, abbiamo la vera Roma antica, la vera Pompei. È questa la nostra unicità su cui dobbiamo puntare. Ecco perché credo che gli investimenti pubblici debbano indirizzarsi solo a monumenti, non a realtà virtuali». Quali strategie adotterebbe, allora, per rilanciare l'area archeologica di Pompei? «Devo dire che sono stati fatti già importanti passi avanti, rispetto a qualche anno fa. Ma c'è ancora molto da fare. Punterei sulle operazioni di restauro, sull'espansione dell'area visitabile, ma soprattutto mirerei a far emergere la natura di cantiere aperto che caratterizza gli scavi, per dare al visitatore il senso di laboratorio. Si potrebbe incrementare l'effetto di realtà, con oggetti e riproduzioni di statue di bronzo, far capire al visitatore come si studia una casa di Pompei, coinvolgerlo in un cantiere reale, non virtuale.» Lei è stato fra i primi a denunciare, nel suo volume «Italia Spa-L'assalto al patrimonio culturale», la legge Tremontì del giugno 2002 che ha reso possibile la costituzione di apposite società per l'alienazione dei nostri beni archeologici e artistici. Come mai ha accettato di entrare nel consiglio scientifico per la tutela dei Beni culturali del ministro Urbani? Non avrà mica cambiato idea? «Assolutamente no. Resto dell' idea che l'amministrazione pubblica non deve essere defunzionalizzata ma rafforzata, e che si debba ritornare al concetto di inalienabilità del patrimonio culturale. Sono stato piacevolmente sorpreso della proposta del ministro, nonostante i miei attacchi alla sua linea politica. L'ho interpretata come un segno di civiltà. E tuttavia continuo a non essere del tutto tranquillo. Ho preso atto delle sue buone intenzioni, ma gli ho anche detto che le leggi sbagliate vanno corrette con altre: le buone intenzioni, da sole, non bastano».