«Uscita dal ciclone Tangentopoli era una città spenta, senza futuro.. »: così Gianni Borgna, per 15 anni assessore, ricostruisce in un libro edito da Donzelli l'avventura culturale della capitale «R oma, da poco uscita dal ciclone di Tangentopoli, era una città spenta, marginale, senza futuro. E ancora peggiore era lo stato della macchina comunale. Computer disattivati, cassetti vuoti, neanche un barlume di continuità istituzionale». Insomma «una città scossa e provata» con molti assessori «inseguiti da ordini di arresto». È il ritratto della Roma 1993 disegnato da Gianni Borgna, già assessore di lunghissimo corso, nel libro Capitale di cultura. Quindici anni di politiche a Roma appena uscito da Donzelli (pp. 260, euro 16) e scritto con Carlo Fuortes, Roberto Grossi, Angelo Zaccone Teodosi, con un saggio di Franco Ferrarotti sul rapporto «storico», e sofferto, centro-periferia nella capitale In effetti, in quella Roma di tre lustri fa, del nuovo Auditorium c'era soltanto l'area, i musei civici erano pochi, impolverati, senza servizi moderni, le biblioteche stavano anche peggio, specie in periferia dove la cultura era, in generale, latitante (tutto lo sforzo, o quasi, delle giunte Argan- Petroselli-Vetere aveva dovuto essere incanalato nell'impresa immane del risanamento delle ex borgate abusive). Paradossalmente il centrosinistra, al governo del Campidoglio prima con Rutelli e poi con Veltroni, cede il passo al centrodestra di Alemanno nel momento in cui può vantare risultati oggettivamente formidabili. Un nuovo Auditorium, anzi un vero e proprio Parco della Musica (Borgna oggi presiede validamente la società Musica per Roma), con oltre un milione di spettatori paganti, secondo al mondo soltanto al poderoso Lincoln Center e con una capacità altissima di autofinanziamento. Una rete di 25 biblioteche che sono ormai centri culturali polivalenti, radicate anche nelle periferie ieri abbandonate, con una quantità di prestiti impressionante. Si pensi a quella di Tor Bella Monaca dove agisce un teatro stabile, come al Quarticciolo e al Lido (senza dimenticare l'India all'Ostiense). Sistemi integrati, al pari di quello dei musei oggi diffusi. E poi un'altra rete, quella delle Case: del Cinema (che ha anche sanato l'annosa ferita della Casina delle Rose ormai diroccata in piena Villa Borghese), del Jazz, della Storia e della Memoria a Trastevere, del Teatro. Ma non vanno passati in sott'ordine i grandi contenitori espositivi già rinnovati (Palaexpo e Scuderie del Quirinale), in fase di raddoppio (Macro) o di costruzione (Maxxi), con alcune mostre memorabili fra le tante, a volte persino troppe. Il tutto secondo una filosofia, scrive Gianni Borgna, basata, non sulla privatizzazione,ma su autonomia, responsabilizzazione e partecipazione dei privati in varie forme. Con un indotto economico rilevante, al di là del valore sociale - altissimo «in sé e per sé» - degli investimenti e delle strutture culturali. Lo fa notare Carlo Fuortes, specialista di economia della cultura e ad di Musica per Roma, nel decorso quindicennio si sono costruiti «soggetti autonomi non profit con l'obbligo di dare piena rendicontazione sul raggiungimento degli obiettivi statutari definiti». È anche per questo che con le numerose e differenti sale del nuovo Auditorium «non c'è stato un effetto di sostituzione, bensì di moltiplicazione» delle manifestazioni cittadine e degli ingressi. Oggi, constata Roberto Grossi, direttore generale dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, se Roma ha una popolazione pari al 5 per cento del totale nazionale, «i suoi consumi culturali oscillano, nei vari segmenti di attività, intorno al 10 per cento». Anche se «centri di spesa finalizzati a scelte 'conservative', come il Teatro dell'Opera», osserva, «continuano ad avere un peso notevole, forse eccessivo, nel budget cultura del Comune». È una delle «criticità» non risolte. Lo confermano pienamente le numerose cifre riportate nel saggio di Angelo Zaccone Teodosi e di Rita Borioni: mentre gli ingressi ai concerti di musica classica realizzati nel 2006 a Roma (in testa, ovviamente, di gran lunga, Santa Cecilia) rappresentano il 27,4 percento del totale nazionale, quelli alle opere liriche ne formano soltanto il 10,9 per cento, e i primi hanno segnato un incremento superiore al 50 per cento. Su questi dati così ampiamente e solidamente positivi (escluse alcune sacche di arretratezza, più nazionali che municipali) si proietta però la sconfitta politica del centrosinistra che pure nel 2006 aveva vinto in modo largo (62 per cento Veltroni, 38 Alemanno): «Evidentemente qualcosa in questi due anni non ha più funzionato al punto da spingere una parte dell'elettorato a voltare le spalle alla sinistra e a favorire un cambio tanto radicale», sintetizza l'autore principale. Ma qui si dovrebbe cominciare un altro libro, un'altra analisi. Questo di Borgna voleva essere l'orgoglioso, motivato bilancio di un quindicennio senz'altro positivo (nel quale è stato titolare delle Politiche culturali per ben tredici anni), di un patrimonio strutturale acquisito e consolidato, di sperimentazioni interessanti e nuove (ben al di là del vecchio «effimero »). Sul quale ora si allungano ombre allarmanti dovute alla vittoria di uno schieramento politico che, oggettivamente, non ha fatto in passato della cultura e degli investimenti culturali il suo punto forte, che non sembra avere quadri intellettuali numerosi e attrezzati e che dovrà pagare un prezzo alto, in termini di finanziamenti ai Comuni, della «cinghia » imposta da Tremonti, sia per far fronte a promesse elettorali precipitose e demagogiche, sia per rassettare il bilancio statale scaricando il peso su quelli locali. Con qualche contentino di facciata sotto forma di federalismo fiscale. Utile al Nord però. Non certo a Roma considerata, anzi, «ladrona».Difficile pensare che il Berlusconi-Bossi-Tremonti possa essere un governo amico per la capitale.
Roma Cultura, dal nulla all'Auditorium
Il libro "Capitale di cultura" di Gianni Borgna descrive la Roma del 1993, uscita dal ciclone di Tangentopoli, come una città spenta e marginale. Tuttavia, nel corso dei quindici anni successivi, la città ha subito una serie di trasformazioni culturali e istituzionali, grazie a politiche a lungo termine e investimenti significativi. Il nuovo Auditorium, la rete di biblioteche, i sistemi integrati e le Case del Cinema sono solo alcuni esempi di questi cambiamenti. Il libro descrive anche la filosofia di autonomia, responsabilizzazione e partecipazione dei privati che ha guidato queste trasformazioni.
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