IL PREMIO Da San Pietroburgo il direttore dei Musei Vaticani, vincitore del Grinzane Ermirage, dice no alla spettacolarizzazione dell'arte e invita i colleghi a resistere al clamore mediatico dei grandi numeri Ora dirigo i Musei Vaticani. Ogni giorno oltre duemila persone entrano alla Cappella Sistina e ogni giorno mi chiedo se fra quattro o cinque generazioni la Cappella Sistina ci sarà ancora. Chi dirige i grandi musei deve imparare a resistere al clamore mediatico dei grandi numeri. Basta con le mostre effimere. E soprattutto dobbiamo resistere alla deriva dell'idea del museo- circo come avverrà per esempio a Dubai». Con una stoccata alla succursale nel Golfo Persico progettata dal Louvre Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani dopo essere stato soprintendente nel nord Italia e a Firenze, ministro per i Beni culturali nel '95-'96, spedito in pensione dallo Stato a 67 anni contro la sua volontà, lancia un allarme dall'Ermitage di San Pietroburgo, un museo affollato da 2,5 milioni di visitatori l'anno. Lo storico dell'arte riminese parla nella città russa dove a luglio non cade mai il buio: qui riceve il Grinzane Ermitage, seconda edizione dedicata all'arte del premio piemontese gemellato con la Russia e dove condivide il riconoscimento con lo storico di araldica russa e divise militari, nonché vice direttore del Museo sanpietroburghese, Gheorgij Vadimovic Vilinbakhov. E nella piccola sala teatrale infinti marmi, stucchi, statue nelle nicchie, costruita dal 1783 al 1787 dall'architetto piemontese Quarenghi, nella città voluta a immagine e somiglianza urbanistica delle metropoli occidentali a inizio XVIII secolo da Pietro il Grande, sul delta della Neva, nella sala teatrale Paolucci dà una sterzata alla cerimonia (presente anche la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso) con un pensiero preoccupato sull'arte consumata dalla civiltà di massa. «Non ho una soluzione, ma dobbiamo trovare il giusto equilibrio », insiste lo studioso. Giusto equilibrio tra cosa? «Da un lato serve una cultura didattica che faccia capire a chi entra in raccolte come Ermitage, Versailles, Palazzo Pitti cosa ha visto e perché, come è nata una collezione; dall'altro serve una cultura che conservi questo patrimonio alle generazioni future. I 50mila conoscitori l'anno a fine anni 30 agli Uffizi, per aver frequentato buone scuole e letto molti libri, capivano cosa vedevano; oggi, perché non ci sono buone scuole, perché i ragazzi guardano solo la tv, il milione e mezzo l'anno di turistiche affolla ogni anno il museo fiorentino non sa cosa vede». A sentir dire così potreste crederlo in vena di nostalgie aristocratiche se non peggio. Sarebbe un equivoco. «Sono contrario al numero chiuso, è positivo che tanti oggi vedano l'arte - chiarisce - L'unica soluzione possibile nei grandi musei è imporre l'ingresso solo su prenotazione via internet. Dobbiamo disciplinare i flussi. Non c'è scelta». E, con un colpo ad effetto, al microfono fa «autocritica ». Come categoria, intende. «Faccio autocritica perché noi direttori di musei non ci facciamo sufficientemente carico del lato educativo: non dobbiamo preoccuparci di quanta gente entra nei musei ma di come ne esce, cosa capisce». Se non è un «resistere, resistere, resistere» poco ci manca: «Faccio autocritica perché spesso serve un'inventiva che noi storici dell'arte non abbiamo». «Autocritica» volendo giustificata, ma per un altro aspetto:proprio Paolucci, in passato, ha incassato dure critiche per la facilità, vera o presunta, con cui ha prestato capolavori dai musei fiorentini, magari in Giappone, perché rappresentavano la nostra cultura eo perché lo chiedevano la politica e la diplomazia. Ne è convinto, l'ex soprintendente, la «spettacolarizzazione» dell'arte può avere conseguenze devastanti: «Se potessero protestare le opere vorrebbero tornare all'epoca in cui pochi le vedevano e i regnanti le tutelavano attraverso mille mestieri, i falegnami, i doratori, i bronzisti, ma la civiltà industriale ha cancellato questi mestieri preziosi, le opere rischiano di dissolversi». Contro il degrado Paolucci invoca «controllo preventivo, manutenzione costante, meno restauri, vera programmazione nel prevenire le cure alle opere». Facendo sempre più affidamento sui privati come si invoca sempre più spesso? «Nient'affatto, sono statalista convinto, sono comunista e fascista ribatte con uno dei suoi paradossi mediaticamente a effetto - Sono contrario alla deriva verso la privatizzazione a cui si sono omologati tutti i ministri anche se di parti politiche diverse, come, per esempio la Melandri o Buttiglione. Comunque il miglior ministro della Cultura è stato Bottai, con le sue leggi di tutela del '39». E poi conclude: «Nel 2006 le banche italiane hanno speso in cultura, tra mostre, concerti e altro,500 milioni di euro. Siamo sicuri che li hanno spesi tutti bene e non a pulviscolo? Sono contrario a voler trasformare tutto in fondazioni, gli Uffizi per esempio. E, voglio concludere, sono contrario anche alla regionalizzazione dei Beni culturali: le Regioni farebbero costruire come e dove vogliono le piccole realtà, è lo Stato che deve tutelare e controllare