L'arte a uso e consumo Friedrich Nietzsche era drastico e se lo poteva permettere. «Non lasciate che i morti seppelliscano i vivi» scriveva, contro gli antiquari della cultura, nelle pagine «sull'inutilità e danno della storia». Potrebbe essere una chiave paradossale per capire il complesso rapporto tra conservazione e promozione dei beni culturali. È una parola, con i tempi che corrono. Prendiamo Pompei, per fare un esempio non a caso. E sentiamo Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, presidente del comitato scientifico per le mostre d'arte nelle Scuderie del Quirinale, già ministro dei Beni Culturali nel governo tecnico di Lamberto Dini, al quale a San Pietroburgo è stato assegnato il premio Grinzane Ermitage. «Pompei è un caso da sempre, che ne parliamo a fare?» vorrebbe tagliar corto, ma aggiunge provocatorio: «Il problema di Pompei è Pompei, è il contesto, il suo territorio, dove dilagano la camorra e una mentalità camorristica e persino dei sindacati "nu poco mariuoli". Per salvarla bisognerebbe sradicarla e portarla a Varese». O ricoprirla tutta e lasciare alla terra, che la custodita per oltre un millennio e mezzo, il compito di preservarla dalle ingiurie del tempo, dal vandalismo e dalla strafottenza contemporanea. Nella metropoli di Caterina II, nella più italiana delle città russe, nelle sale di uno dei più grandi e ricchi musei del mondo dove l'arte diventa un'iperbole e tutto appare sterminato nello spazio e nel tempo, la lectio magistralis del professore è stata focalizzata sulla preservazione attiva di cui necessita il patrimonio artistico (museale e archeologico) italiano. «Non bisogna solo contare le persone che entrano in un luogo d'arte - spiega Paolucci - ma anche quanti, una volta usciti, conservano nella memoria qualcosa di quanto hanno visto». E aggiunge: «Se le opere potessero parlare, se avessero un sindacato, direbbero che il periodo in cui sono stati meglio è quello in cui erano proprietà privata di dinastie come quelle asburgica, borbonica o dei Romanov. Erano accuditi da migliaia di persone premurose e specializzate». Ma erano ammirate da pochi privilegiati. «Non bisogna solo pensare ai visitatori di oggi. I capolavori che abbiamo avuto in eredità dal passato vanno amministrati per chi deve ancora nascere. Attualmente nella Cappella Sistina entrano duemila persone al giorno. Con questo ritmo tra qualche generazione non ci sarà più la Cappella Sistina. Tra un visione spettacolare e circense dei musei e una di totale chiusura esiste una strada intermedia, l'unica percorribile». Ed è pure stretta. Passa attraverso rigidi ed efficienti protocolli di manutenzione che evitino restauri continui, promuovendo invece la prevenzione. Ma, visto che il numero chiuso non è possibile e sarebbe pure ingiusto («La gente che viaggia è un valore»), la chiave di volta sono le visite contingentate. «Più semplicemente prenotate, magari on line» suggerisce l'ex ministro. Del resto non si fa così per alberghi e aerei? «Certo. Musei e scavi possono sopportare un numero limitato di turisti al giorno. Pensi che le sale degli Uffizi nel 1938 erano visitate dal 50mila persone all'anno. Nel 2008 sono un milione e 500mila. È un dato positivo, numeri che ci riempiono d'orgoglio. Ma credo che adesso ci sia meno gente del 1938 che, una volta uscita, abbia compreso a pieno il senso delle opere viste. Perché oggi la gente guarda solo la tv, legge poco, frequenta scuole che insegnano meno di settant'anni fa». Una secca frustata contro la cultura di massa. «Sì, basta con l'effimero, non se ne può più» tuona Paolucci. Anche perché, sottolinea, attualmente tutti i finanziamenti dello Stato si perdono in rivoli improduttivi: «È un acquedotto pieno di buchi». E abbastanza a secco. «Le banche impegnano in finanziamenti culturali circa 500 milioni di euro. Il ministero appena 670». Stiamo lì. E viviamo nel paese che ha il più vasto patrimonio culturale del mondo. «Sono contrario alla privatizzazione, ma putroppo è questa la direzione che abbiamo imboccato» dice e aggiunge provocazione a provocazione: «Secondo me, il periodo migliore per la tutela dell'arte in Italia è stato nel 1939, quando Giuseppe Bottai fece le uniche buone leggi per il nostro patrimonio. In questo mi sento fascista e comunista. La conservazione e la tutela spettano allo Stato. Invece, i nostri ministri, sia di destra che di sinistra, sono tutti omologati e spingono verso la privatizzazione». Paolucci non è stato l'unico premiato in questa seconda edizione del Grinzane Ermitage (sostenuto dal ministero degli Esteri, dalla Regione Piemonte e dalla Ferrero Russia). Il riconoscimento dedicato all'arte, ideato dal pirotecnico Giuliano Soria per rendere ancora più stretti i legami tra l'Italia e il paese di Putin, è andato anche a Gheorgij Vadimovic Vilinbakhov, vicedirettore dell'Ermitage, uno dei massimi specialisti di storia della cultura militare e dell'araldica russe. Dieci anni fa ha organizzato la cerimonia di inumazione delle salme dell'imperatore Nicola II e degli altri membri della famiglia zarista uccisi dai bolscevichi. È pure cavaliere della Repubblica italiana.