LApologo che Ernst Gombrich narrava ai suoi studenti di Storia dellarte - lo raccontiamo più avanti - mi sembra abbastanza pertinente a proposito dellattuale dibattito sul possibile affidamento della gestione di monumenti e parchi archeologici del territorio siciliano alle imprese private. Secondo il parere, ancora incerto per la verità, del presidente della Regione e del suo assessore ai Beni culturali, con questa scelta si dovrebbero risolvere i problemi delle carenze strutturali ed economiche che gravano sul nostro patrimonio. Problemi che impediscono ladeguata fruizione sociale e lo sviluppo del settore turistico-culturale, che dovrebbe essere una delle voci più attive delleconomia regionale. Lebbrezza dei beni culturali, lidea cioè che il business economico derivante dal loro uso più o meno adeguato sia una panacea che risolva il più complesso problema della ricerca delle risorse e della loro gestione, fa dunque sentire il suo effetto: si cerca altrove ciò che bisogna cercare dentro le strutture esistenti utilizzando al meglio le competenze del numeroso personale delle soprintendenze e razionalizzando le relazioni tra i vari settori che concorrono alla produzione della ricchezza piuttosto che allo sfruttamento indiscriminato del patrimonio esistente. Il tema della tutela e della salvaguardia è forse secondario? Non si deve dimenticare che nel concetto di economia intesa come gestione dellequilibrio di un sistema, il semplice investimento che tenga conto del profitto immediato, e non consideri lusura dei beni su cui si investe, può risultare dannoso e addirittura disastroso per lintero territorio. È già accaduto al tempo della industrializzazione indiscriminata degli anni Sessanta, panacea di posti di lavoro e di futura ricchezza nella filosofia di allora, ma causa della rovina delle nostre coste e di intere zone agricole depauperate della loro produttività che poteva diventare, con scelte più oculate, fonte di ricchezza per quelle colture specializzate che oggi si producono altrove. Non bisogna dimenticare che leconomia si coniuga con larmonia e la bellezza e che i beni monumentali, ambientali e paesaggistici del nostro territorio, parte integrante della nostra economia, sono patrimonio della nostra cultura: la quale non può essere affidata o venduta al migliore offerente ma si deve gestire affinché concorra a produrre ricchezza senza che si perdano quelle potenzialità specifiche da salvaguardare perché aperte al futuro sviluppo della società e che non possono essere messe in pericolo da scelte irreversibili e dalluso improprio. Nel nostro caso, mi auguro, non si tratta di questo. Ma la scelta di rinunziare alla gestione pubblica, avendo apparati burocratici, leggi e personale specializzato che dovrebbero solamente organizzare meglio la fruizione e il corretto uso dei siti monumentali e dei parchi archeologici, è certamente uno spreco e una dichiarazione di impotenza nella quale si adombrano business e disprezzo della cultura. Non mi piacciono i profeti di sventura, né gli ottimisti a tutti i costi che cantano le sorti progressive e la spregiudicatezza dellosare, ma fino a quando sarà ancora possibile intervenire nel pubblico dibattito, penso che, come presidente della sezione palermitana di Italia Nostra, ho il dovere di porre al giudizio della comunità queste mie riflessioni che nascono da una posizione culturale più che cinquantennale spesso rivelatasi lungimirante e mai prevaricante. Penso che sullubriacatura da beni culturali ci si debba frenare. Bisogna porre un qualche rimedio allebbrezza che esalta e stravede, e lunico possibile è quello della riflessione e della lucidità delle scelte senza perdere mai di vista le ragioni del territorio e della collettività e, se si vuole, anche della dignità della propri storia. Non è una questione ideologica e non si tratta di difesa del pubblico o del privato e neppure di andare controcorrente. Una volta si aborriva la privatizzazione, poi si aborrì la concentrazione statalistica, poi ci furono le imprese parastatali, poi si torna alla privatizzazione secondo mode e modelli economici sempre discutibili. Ma ora per noi la questione urgente è di come usare al meglio il patrimonio dellumanità presente in Sicilia senza distruggerlo. Abbisognano scelte consapevoli e oculate, non soluzioni dettate dallebbrezza e dal facile ottimismo della volontà che ignora ogni altra logica che non sia quella del profitto. Ed ecco lapologo di Gombrich. Un ubriaco perde le chiavi di casa nel cuore della notte a Piccadilly Circus, nel punto più buio della piazza. Un poliziotto di ronda si avvicina vedendolo chino a ispezionare langolo di marciapiede illuminato dal lampione e gli chiede che cosa stia cercando. «Le chiavi di casa», dice lubriaco. «In che punto le ha perse, signore?», domanda solerte il poliziotto. Lubriaco barcollando indica laltra parte della piazza, quella avvolta nel buio. «E allora perché le cerca qui?». E lubriaco: «Perché qui cè luce».