Ventitrè anni fa veniva approvata la Legge 431 - la cosiddetta legge Galasso - lunico vero tentativo di portare qualità nella gestione e progettazione dei paesaggio. Inventore, artefice e padre è stato un signore colto e intelligente che di mestiere fa lo storico, finito allora a fare il sottosegretario dei Beni Culturali quasi per caso, uno che con lurbanistica e la pianificazione centrava nulla. Ma questo è stato un bene perchè - proprio come per la guerra e per molte altre cose - anche per la pianificazione è cosa troppo seria per farla fare ai pianificatori, soprattutto agli urbanisti che ovunque - ma da noi in particolar modo - sono in gran parte i peggiori devastatori ambientali. Le premesse della legge erano buone anche se, assieme a tanti buoni e onesti propositi, assecondava un cattivo retropensiero: togliere un po di potere ai Comuni. Unintenzione forse poco democratica ma basata sulla considerazione che magari un ufficio statale - o regionale, frequentato da gente competente, potesse fare meglio di qualche tecnico comunale in eccessiva familiarità con sindaci pasticcioni e costruttori voraci. Dettata dallidea che il nostro paesaggio non sia tanto devastato da grandi ecomostri ma da una miriade di micromostri o - secondo le parole dello stesso Galasso - di "sub micro-mostri". Non è però andata così. Alla fine è emersa la palmare verità che un cattivo controllore grosso non è meglio di tanti cattivi controllori piccoli: i frequentatori degli uffici ministeriali e regionali non sono affatto più competenti e adamantini dei geometri di provincia. I Comuni hanno fatto resistenza e le potenti lobbies del mattone sono riuscite a non farsi mettere sotto. Diciamo che - assieme a tanti pregi straordinari - la legge qualche grossa pecca laveva. Non spiegava come si devono fare i piani, non riconosceva il valore essenziale che hanno la conoscenza e lanalisi dei caratteri oggettivi del territorio e il determinismo fisiografico che ne deriva. Dava indicazioni generiche e inutilmente feroci, come" le distanze di salvaguardia dai corsi dacqua o lintangibilità delle aree boscate senza stabilire quali fossero. Tutto era costruito su buone intenzioni appoggiate su una burocratica genericità. Hanno avuto gioco facile quelli che hanno fatto resistenza. E ne hanno fatta. Oggi possiamo dire che la 431 sia una delle leggi più disattese dItalia: un podio affollatissimo. Entro il dicembre del 1986 le Regioni avrebbero dovuto dotarsi di Piani paesaggistici, pena lintervento ministeriale. Pochissime lhanno fatto e la Repubblica non aveva la forza e la capacità di esercitare la surroga. E anche quelle che lì hanno fatti, spesso si sono limitate a dei collage di piani esistenti appena infiocchettati da qualche (odiosa) restrizione in più, oppure hanno redatto raffazzonati piani economici di sviluppo territoriale. Morale: i poveri cittadini "qualunque" Si sono visti buttare addosso altri adempimenti burocratici, bolli, attese, costi, timbri, imposizioni strane, arroganza eccetera. I potenti hanno - come sempre - trovato il modo di fare i tavolacci propri. Tante buone intenzioni arenate nelle solite secche di incapacità, furbizie, interessi e mala fede. Nel complesso si è anche trattato di una legge per concezione troppo avanzata per una situazione di generale impreparazione e arretratezza culturale: come affidare un prodotto di media tecnologia a una tribù di boscimani. Nei giorni scorsi Galasso ha rilasciato unintervista al "Giornale dellarte" nella quale commenta molto serenamente il lavoro di allora e i suoi effetti. È giustamente orgoglioso di alcuni risultati: ha contribuito a creare una cultura più moderna, ha concorso a smantellare la vecchia concezione romantica e crociana di paesaggio quale valore estetico, che era ancora alla base di tutte le leggi precedenti. E poi, tante schifezze è sicuramente riuscito a evitarle. Ma lintervista conferma anche alcune delle pecche (e dei sospetti) di fondo della legge. Alla base della sua concezione resta una fede cieca nel centralismo statocratico, nel credere cioè che un potere centrale sia più efficiente, competente e onesto di uno periferico. Poi il non accettare che il "male del mattone" di tanti amministratori sia anche il risultato di mancanza di autonomia: i devastanti "oneri di urbanizzazione" sono una delle pochissime risorse che la voracità fiscale dello Stato lascia agli enti locali. Il terzo - ma sicuramente non ultimo - difetto della struttura ideologica della legge sta nel non avere capito il valore fondante delloggettìvità della pianificazione che deriva dalle vocazioni e repulsioni proprie del paesaggio, che - come ha scritto Lynn Whyte - "si progetta da solo". E infatti (quasi) sufficiente saper leggere il piano che è già scritto nelle sue componenti naturali, storiche e culturali. Con una legge veramente giusta ed efficace, il potere centrale si dovrebbe limitare ad affermare alcune linee di principio che riguardano il diritto naturale, il buon senso, la correttezza scientifica e il giusto valore del determinismo fisiografico Paradossalmente, dovrebbe inoltre costringere le comunità locali meno sensibili a onorare la propria identità e autonomia anche nella gestione del territorio. Non a caso, nellintervista, Galasso cita la provincia di Bolzano come caso ottimo ed esemplare: non è un problema etnico ma culturale, di strutturazione dellautonomia. In tutto il mondo civile lautonomismo è ambientalista e si manifesta anche attraverso la difesa della qualità del paesaggio e del linguaggio formale dellarchitettura locale. Funziona così a Bolzano e in tanti altri posti. É unidea che fa fatica a entrare nella testa di certi nostri autonomisti che declinano lautonomia con la libertà di devastare. È vero che - come diceva Miglio - una comunità, se lo vuole, può teoricamente anche distruggere il proprio territorio a condizione però - sottolineava sornione che non danneggi i diritti delle comunità vicine (caso impossibile salvo che per lisola di Pasqua e pochi altri scogli sperduti) e gli aventi diritto futuri, e cioè le prossime generazioni (e così è sistemata anche Pasqua). Una buona legge di pianificazione deve essere innanzitutto unaffermazione di autonomia incanalata da una serie di indirizzi entro i quali il federalismo e la sussidiarietà ambientali si devono (obbligatoriamente) esprimere in connotazioni di qualità, di forma e, soprattutto, di efficienza fisiografica. Deve essere il giusto riconoscimento delle esigenze del posto, della gente e della tradizione.