Nella nostra Regione lo sport più praticato è la polemica. Al «fare», quello che a detta del Gattopardo i siciliani odiano, si sostituisce la contumelia, la verbosità inutile che consolida limmobilismo. Dico questo perché, nonostante mi sforzi di individuare accenni di sbocchi al dramma dellinazione, constato desolatamente che si continua a stare fermi e, al più, a trastullarsi nella migliore ipotesi in discussioni sui massimi sistemi. Per non cadere anchio in questo orribile vizio siculo, vado subito al dunque. In questi giorni, nellimmobilismo complessivo della proposta politica, è stato forse maldestramente lanciato un sasso: mi riferisco alla proposta del neo assessore regionale per i Beni Culturali di «privatizzare» ma il termine non è affatto corretto alcuni beni culturali come la Valle dei templi che costituiscono patrimonio dinestimabile valore di questa nostra Isola. Una proposta che ha sconvolto i benpensanti e che, come al solito, è stata utilizzata per dare unimmagine degradata della qualità non solo delle classi politiche che li rappresentano, ma certamente di tutti i siciliani. Da anni personalmente combatto battaglie per affermare che queste meravigliose, e forse immeritate, eredità del passato debbono costituire non solo orgoglio delle nostre popolazioni ma anche il mezzo per trovare una via allo sviluppo della nostra terra. Da anni, non solo io ma tanti, ci battiamo perché queste risorse non vengano sprecate, perché si fermi il degrado a cui gli stessi beni sono sottoposti dallo scorrere del tempo e per loffesa che la diffusa incultura arreca loro. Da anni faccio discorsi sulla tutela e sulla valorizzazione di tali beni magari prendendomi qualche richiamo dai soliti saccenti. E tuttavia proprio questo mi induce a riflettere con la serietà che il caso richiede sulla proposta che oggi fa scandalo e trova spazio nelle pagine dei giornali. Non conosco, naturalmente, nei particolari cosa intende lassessore Antinoro, e a lui fa eco il presidente Lombardo, per «privatizzazione». Ricordo invece quanto, in un periodo di grande produttività e qualità legislativa, un illuminato in quel caso non si esagera ad usare questo termine - legislatore regionale ebbe a scrivere in una di quelle leggi che fanno onore al Parlamento regionale. Ricordo che in quella legge non si pose solo il problema serio della «tutela» dei beni culturali, fatto importante di fronte al disinteresse spesso generale, ma si pose anche il tema della cosiddetta «fruizione» dei beni culturali, tema esplosivo in un tempo in cui la prevalenza degli aspetti difensivi e lattribuzione al pubblico di questa stessa difesa era lidea prevalente. Quella legge ebbe due padri politici, luno era lonorevole Cagnes, comunista reso celebre dalla sua opposizione pubblica contro linstallazione dei missili Cruise nella base di Comiso, laltro era lassessore del tempo, il democristiano Ordile. dietro loro ci stava lelaborazione di un burocrate eccellente come Francesco Bombace. «Fruizione» secondo il mio vocabolario significa non solo contemplazione statica o estetica dei beni, ma vera messa in circolo degli stessi per creare frutti economici, per farne risorse per lo sviluppo di questa terra. Di quel pericoloso termine, travolti dalle solite ipocrite tentazioni che orripilano di fronte al «fare», non se ne è fatto niente, è rimasta la nuda tutela, la mummificazione dei beni stessi, sostenuta da una politica incapace di guardare avanti confortata molto spesso da certa burocrazia indolente e in tanti casi non allaltezza del compito a cui è chiamata. Questo ragionamento mi induce, di fronte alla proposta Antinoro, a non attestarmi sulle aprioristiche barricate giacobine del no, ma su quelle più laiche e razionali del pensarci un po su per vedere se tutela e messa in circuito economico delle risorse culturali, naturalmente con le dovute cautele, possa essere un binomio tuttavia praticabile per il bene della nostra collettività.