Intervista Il presidente Gherardo Gnoli lancia lallarme LIsIAO promuove relazioni culturali e scavi in Asia e Africa: in 7000 hanno firmato lappello a Napolitano per sventarne la soppressione -------------------------------------------------------------------------------- «Signor Presidente Napolitano, un recente decreto del Consiglio dei Ministri prevede labolizione dellIstituto Italiano per lAfrica e lOriente. La comunità scientifica internazionale è fortemente allarmata dalla possibile interruzione della straordinaria tradizione di studi orientalistici e africanistici dellIsIAO, erede dellIstituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente e dellIstituto Italo-Africano». Comincia così la petizione - con in calce le 7000 firme, arrivate in una settimana nel sito www.giuseppetucci.isiao.it, - che è stata consegnata al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e, in copia, per conoscenza e stima, a Gianni Letta. Ancora una volta lIsIAO, uno degli istituti più prestigiosi dItalia nel mondo, rischia la chiusura. È bastato inserire nel decreto legge 112 del 25 giugno 2008 un rimando alla Finanziaria Prodi dellanno scorso, per resuscitare anche un allegato (lallegato A, comma 633) che già lanno scorso - inserendo listituto tra gli enti pubblici da riordinare o sopprimere - aveva condannato a morte lIsIAO. Fu, poi, graziato dal Senato che votò allunanimità un emendamento di Francesco Storace che aveva convinto tutti che quella era una vera sciocchezza da non fare. E ora ci risiamo, però. La "colpa" dellIsIAO? Essere un ente pubblico e costare 2 milioni e 350 mila euro lanno. Una cifra che copre poco più dei costi fissi che servono per mandare avanti questo Istituto che - con 200 mila volumi; le sue collezioni di carte, manoscritti, silografie; le raccolte al Museo darte orientale; le sue fototeche (mezzo milione gli scatti sullAfrica "italiana"; un vero tesoro le foto darcheologia di Sabatino Moscati); le sue pubblicazioni; le missioni di ricerca; i corsi di lingue arabe e orientali - è fin dalla sua fondazione un motore di studi e ricerche che funziona a pieno ritmo, senza fracasso. Così, ogni volta che qualcuno al governo - forbici in mano - si mette in testa di far bella figura, facendo quadrare i conti in quattro e quattrotto, scorre l"elenco enti pubblici" e via, zac, lo taglia via a cuor leggero. E, ogni volta, nella loro sede di via Aldrovandi, i ventisei che allIsIAO ci lavorano devono smettere per un po di fare il loro lavoro e mettersi sotto a preparar carte, documenti, giustificativi per convincere chi ha quelle forbici in mano che, invece, i loro conti sono a posto (lha detto proprio la Corte dei Conti, in una relazione del 2006), e che le entrate dellente sono più del doppio di quel che riceve dallo Stato (nel 2007: 5.617.912 euro), e che tutti quei soldi - grazie alle cooperazioni e ai 120 accordi internazionali siglati con il mezzo mondo di loro competenza - fanno da lievito a cantieri di studio, di scavo, di ricerca creando riconoscenze allItalia che poi durano negli anni. E, soprattutto, far capire che sarebbe sì un vero crimine sopprimere un organismo così, che da anni prepara migliaia di nostri giovani al dialogo (in lingua) con il resto del mondo, ma anche un atto di autolesionismo per la rete di rapporti internazionali che lItalia, si sa, ha tutto linteresse (anche economico) a tenere ben funzionante. Gherardo Gnoli, settantanni, nel 1970 è stato il più giovane rettore dItalia allIstituto Orientale di Napoli che ha poi lasciato, nel 1979, proprio per presiedere questistituto quando lorientalista Giuseppe Tucci (che con Giovanni Gentile laveva fondato, nel 1933), lasciò la carica. E si rende ben conto che in momenti così - con lIsIAO a rischio - non contano i suoi studi sullo zoroastrismo, né di quanto lui e i suoi compagni di strada hanno contribuito a far avanzare le conoscenze sulle antiche religioni iraniche, e neppure di quei mille interessi che ha affidato a centinaia di pagine scritte e migliaia tradotte. Lo sa: così va sul pratico, sui dati che anche la Politica può valutare. Qualche esempio, professore? «Corsi di lingue a Roma, Milano, Ravenna. Cantieri di scavo un po dappertutto. Abbiamo anche avviato Centri di Ricerca tematici: quello per le Relazioni italo-arabe, il Centro italo-iracheno per gli studi curdi, un altro - dedicato a Sabatino Moscati - che si occupa del Mediterraneo. Non solo: stiamo continuando le pubblicazioni del Centro Libico per gli studi storici sugli esiliati libici nel periodo coloniale, testi bilingui, italiano ed arabo, che facendo luce senza reticenze su quelle deportazioni, a Ponza, alle Tremiti, ci riavvicinano a un paese che non dimentica. Pensare che tutto questo possa svanire per un allegato mal letto è soltanto un incubo». Fu un sogno, però, avviare i restauri a Xian, con larmata di terracotta che dimprovviso parlava italiano. «Fu una grande esperienza di collaborazione. Dal Pakistan e dallAfganistan ora ci chiedono scuole archeologiche che contribuiscano a salvare il loro patrimonio. In Iran siamo presenti da sempre e lamicizia che circonda i nostri ricercatori spesso si riverbera sul nostro intero paese». Anche con la Cina cè, ormai ben solido, un rapporto privilegiato, no? «È stato proprio il mio professore e predecessore Tucci a coniare il termine Eurasia: come non potremmo sentircela vicina? Stiamo per pubblicare il più completo dizionario della lingua cinese che lOccidente abbia mai prodotto: 120 mila voci! Sì, certo, costa, ma a Pechino lo vedono come un grande attestato di amicizia tra noi e loro. Quanto "renderà" unopera del genere nel lungo periodo? Sempre da Pechino ci chiedono per questo autunno, una mostra tutta fotografica sul Tibet comera prima che la Cina lo facesse suo. Si tratta di unoperazione di pace, possibile proprio grazie alle foto di Tucci che abbiamo qui. Sarebbe davvero desolante disdire limpegno preso».