Se Kubrick si congratulò con lui per il magnifico doppiaggio italiano di Nicholson in Shining. Se Sielberg lo voleva a tutti i costi come capitan Uncino in Hook. E se ha girato la scena finale di Pasqualino Settebellezze ben 50 volte prima di toccare la perfezione assoluta, sotto gli ordini di Lina Wertmuller, che lo ha costretto alla più bizantina delle microrecitazioni, non si può negare a Giancarlo Giannini (La Spezia, 1 agosto 42, due figli, 118 film, due produzioni, e una regia sfortunata, Ternosecco, 87) di essere un attore di fama mondiale e più che disciplinato. Un nome forte dello spettacolo. E siccome si fa sempre più insistente tra i bookmaker la sua candidatura come direttore della Mostra del cinema di Venezia (che da «caput mundi» ora si vuole almeno controllabile) non possiamo non convenire che sia l'uomo giusto. Che si tratti di una personalità conosciuta e molto stimata fuori e dentro Hollywood, di un attore (e professore-mananger alla Scuola Nazionale di cinema) capace di sedurre cineasti fuori classe e di ogni continente e stile, come R.W. Fassbinder, Richard Brooks, Visconti, i Taviani, Arau, Lattuada, Ridley Scott, Zurlini, Emmer, Sergio Corbucci e persino «il sovietico» Chukhrai (se ne vergognerà?); che sappia fedelmente impadronirsi di qualunque copione e incarnare qualunque ruolo (papa, commissario, sottoproletario, professore, faccendiere Carboni, metallurgico, giudice Borsellino...) e che sia, infine, un perfezionista tale da garantire un cartellone di Venezia cesellato e organizzato esattamente come gli si chiederà. Non ci saranno mai più «film maori, kazachi e burkinabé»? I protettori esigono Leoni d'oro alle pellicole italiane comunque? Va bandita qualunque opera controversa? Sono pertinenti e ben accetti i consigli del ministro Urbani, che è più dentro di quanto si creda al cinema italiano? Rondi o Laudadio per non parlare di Pontecorvo, Barbera e de Hadeln non saprebbero e potrebbero mai farcela. Ci vuole, per tutto questo, un attore più bravo di Emilio Fede, più che un registacritico capace di scegliere quale film kazako invitare. Il più tecnico e solido. Il «simbolo del cinema italiano» nel mondo, in fondo, è stato proprio lui. Almeno tra il 73 e il 77, dalla vittoria a Cannes con Film d'amore e d'anarchia alla candidatura all'Oscar per Pasqualino Settebellezze. Era l'ultimo stagione industriale felice di Cinecittà capace di soddisfare il mercato italiano e di insidiare quello estero. Interessi altrui umiliarono il nostro cinema e lo sformarono dentro l'affare «tv commerciale» e siamo arrivati ai «miserabili». A Venezia cinghia di trasmissione del partito-Stato-MediaRaiLuceCinecittàSnc... e alla sua cupola. Affidare il Lido a Marco Muller tentare l'ambiziosa strategia planetaria (o dare ragione al Papa sulla necessità di un altro ordine). Improbabile. In fondo, come gran gesto di autonomia e moralità, Giannini può almeno vantare, se non la firma di manifesti contro lo sterminio per fame nel mondo, almeno di una bella polemica con il ministro della Sanità, Girolamo Sirchia. Coraggiosamente lui, che è ex fumatore pentito, si oppose alla proposta di censurare in tv qualunque fumata (che spunta nei film e telefilm ogni 7 minuti). Magari è anche un'idea in più per attirare nuovi sponsor in Fondazione.