Qualcuno si è già fatto avanti, l'appello di Alain Elkann «Milano deve adottare Brera» non è rimasto inascoltato. E così questo pomeriggio il sovrintendente Sandrina Bandera, che da un mese e mezzo sta cercando di dare ossigeno a quel «malato terminale» (questa la definizione più in voga) che è la Pinacoteca, incontrerà uno sponsor che potrebbe risolvere la questione dell'imbiancatura delle sale. Un primo passo della società civile. Un primo risultato dopo la tappa milanese di Elkann, inviato del ministro per i Beni culturali Sandro Bondi, che domenica ha passato in rassegna pavimenti (da rifare) e impiantì di illuminazione (obsoleti). «Ma una rinfrescata ai locali non basta commentano critici d'arte, intellettuali, ex amministratori : il problema resta la convivenza con l'Accademia. E l'emorragia di visitatori». Spazi ristretti, capolavori «nascosti», il difficile rapporto tra Stato (da cui la Pinacoteca dipende) e città, la mancanza di fondi, un misero quarantesimo posto nella classifica Touring dei musei più visitati dita-lia. «La Pinacoteca sta male, è vero», dice Stefano Zecchi, che è stato presidente dell'Accademia per otto anni. Un sospiro: «Noi avevamo individuato la soluzione spostando le aule in Bovisa, c'era già l'accordo Moratti-Urbani. Era un piano perfetto e a questo punto sarebbe già ultimato. Il trasferimento in via Mascheroni? Bene. Ma resta un'indecenza che la Pinacoteca abbia meno visitatori del Cenacolo. E che a Milano non esista un sistema museale integrato». Basterebbe poco: un accordo sugli orari, un biglietto unico, un percorso tra capolavori antichi e moderni (Zecchi ricorda i Sironi conservati nel Palazzo di Giustizia). «Ma guai affidare Brera a Milano. Sarebbe come far adottare un malato cronico a un genitore mentalmente disturbato». La boutade è del critico Philippe Daverio. «Brera è dello Stato. Se gli Uffizi e i musei di Napoli, anch'essi statali, funzionano bene, vuoi dire che il male della Pinacoteca è proprio la città. Altro che affidarsi alla società civile, aiutiamo piuttosto la sovrintendente che sta facendo un buon lavoro». In effetti, appelli o no, qualcosa a Brera si inizia a muovere. La spinta: il bicentenario del 2009. Con un programma da un milione e 200 mila euro. «La prossima settimana dice Sandrina Bandera firmeremo l'accordo con il gestore. Quanto alla segnaletica (altra mancanza rilevata da Elkann), vedrò presto il sindaco. Sono ottimista. Ma l'emergenza rimane lo spazio. E anche imbiancare diventa complicato: si può fare solo nel giorno di chiusura, il lunedì». Un rilancio della Pinacoteca. Entro dicembre. «Ma la svolta indica Roberto Ruozi, presidente del Touring Club non si fa con una roano di bianco 0 con le divise griffate dei custodi (proposta di Elkann, "visto che siamo nella città della moda"). Con una giacca firmata aumentano i visitatori? Con un inserviente poliglotta si staccano più biglietti? No. La verità è che Brera è «un contenitore obsoleto che ha una quantità straordinaria capolavori». Dunque la soluzione: «Avere il coraggio di chiudere tutto e offrire al turista poche perle su cui concentrarsi. Perché la gente va a Brera per il Mantegna e non lo vede, affossato com'è tra decine di altri quadri». Buttare giù tutto e ripensare a un nuovo museo. Un'idea forte. Una proposta più «soft» arriva invece da Vittorio Sgarbi: «Servirebbe una Fondazione come quella del museo egizio di Torino. Purtroppo Brera è un organismo morto, commissariato dallo Stato: sembra una riserva indiana. Ed Elkann ha ragione, ha confermato una sensazione di disagio di cui avevo già parlato con Bondi. Quindi bene l'idea dell'adozione", purché la Pinacoteca si trasformi finalmente in un luogo vivo. Come Palazzo Reale».
Milano - Brera, no a ritocchi tampone Interventi radicali per il rilancio
La Pinacoteca di Brera a Milano sta male, con spazi ristretti, capolavori nascosti e un rapporto difficile con l'Accademia. La sovrintendente Sandrina Bandera sta cercando di dare ossigeno al museo, incontrando uno sponsor che potrebbe risolvere la questione dell'imbiancatura delle sale. Critici d'arte e intellettuali sostengono che il problema è la convivenza con l'Accademia e la mancanza di fondi. Alcuni suggeriscono di chiudere il museo e offrire al turista poche perle su cui concentrarsi, mentre altri propongono di creare una Fondazione per gestire il museo.
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