Pronta la nomina a presidente dell'ente di Davide Croff, ex banchiere, sostenuto dal sindaco di Venezia. Il prezzo da pagare è il festival del cinema, consegnato alle ambizioni di Urbani VENEZIA - Oggi dovrebbe apparire, sulla Gazzetta Ufficiale, la legge di riforma della Biennale, firmata venerdì dal presidente della repubblica. Il passo successivo, questione di ore, dovrebbe essere la nomina ufficiale di Davide Croff a presidente dell'ente. Una nomina sofferta, dal sapore politico strano, o meglio da un sapore meno legato alla politica e più legato ad equilibri di potere che coinvolgono più le persone che le cariche. Della candidatura del banchiere veneziano, uscito con qualche polemica dalla Bnl, hanno parlato ormai ufficialmente quasi tutti: dal presidente della regione Veneto, Giancarlo Galan, al sindaco di Venezia, Paolo Costa. Ed a parole tutti sono felici, e quindi nulla dovrebbe ostacolare la sua nomina. L'ultimo ostacolo, proprio quello posto da Galan, sarebbe stato superato dalla mediazione diretta di Berlusconi, che avrebbe rassicurato sulla inesistenza di un asse Costa-Urbani dietro la nomina. E tuttavia la stessa dichiarazione ufficiale con cui Galan ha dato il suo assenso suona abbastanza acrimoniosa. Dice, certo che Croff va bene ma polemizza con chi si è vantato si trattasse di un proprio candidato. E cioè Costa. Perché l'intreccio, a ricostruirlo, sembra abbastanza chiaro. Mentre il ministro Urbani saltellava da Melograni ad Alberoni, Paolo Costa ha tirato fuori il nome di Croff, che è sembrato risolvere molti problemi. Innanzitutto, dopo molti anni, un veneziano alla guida della Biennale non stava male, viste le polemiche sulla autonomia e sul tentativo di espropriare Venezia del suo ente culturale. Poi la scelta di un banchiere dava un segno di continuità nella direzione della efficienza amministrativa e soprattutto della entrata dei privati che è stato cavallo di battaglia tanto di Baratta quanto di Bernabè. Ed ancora, come nel caso di Bernabè, la collocazione politica poco definita di Croff, la sua amicizia con Costa, assicuravano un margine di tranquillità rispetto alle polemiche. Dunque affare fatto, con due problemi però. Il primo è Galan. Che si è sentito aggirato e tagliato fuori, e lo ha detto pubblicamente. Ha minacciato di rinunciare alla propria partecipazione al direttivo della nuova Biennale, ed ha chiesto un risarcimento perché il suo candidato, il presidente della casa editrice Marsilio, Cesare De Michelis, non era stato preso in considerazione. Dunque per due giorni il no di Galan ha tenuto tutti in sospeso, poi la mediazione di Berlusconi, a quel che si dice, ha spento la polemica, almeno quella con Urbani. Ma il secondo nodo riguarda il prezzo pagato da Costa per un presidente a lui vicino. Ed il prezzo, a quel che sembra, è la Mostra del cinema. Se questo fosse vero, si confermerebbero le voci che volevano Urbani interessato non tanto alla Biennale nel suo complesso, ma in gran parte alla Mostra del cinema, evidentemente vista come strumento di potere, come possibilità di presenza diretta nelle scelte operative, come qualcosa che conta molto, se non politicamente almeno a livello di potere personale. Per questo sono venuti fuori, di nuovo, anche tutti i pettegolezzi sull'astio tra Urbani e de Hadeln, rinvigoriti da interventi molto espliciti come quello di Pasquale Squitieri. E per questo, anche, è tornata al centro la Rai, con le sue polemiche contro il direttore della Mostra. Insomma, la nomina di Croff potrebbe essere il risultato di uno scambio, che vede sì un uomo vicino a Costa alla presidenza, ma alla guida della Mostra un uomo di assoluta fiducia di Urbani. Chi è quest'uomo? Per qualche tempo si è pensato che fosse Marco Müller, un uomo di grande esperienza, che poteva andare bene a molti. Ma negli ultimi giorni si è tornati a parlare con forza di Giancarlo Giannini, e la candidatura quadra molto di più con le ambizioni di Urbani. Giannini, infatti, potrebbe portare avanti quello che rimane il progetto fondamentale del Ministro, e cioè inserire gli organismi romani, Cinecittà e la Scuola nazionale di cinema all'interno della Mostra del cinema. Se a questo mirava la candidatura Alberoni, troppo contestabile però, la posizione di Giannini, leggermente più defilata, potrebbe portare a compimento il progetto, che sembra essere già partito con la probabilissima prossima costituzione di una società di servizi con la partecipazione di Biennale, Scuola di cinema e Cinecittà, che verrebbe incaricata di gestire tecnicamente la Mostra. Giannini è già consigliere della Fondazione scuola nazionale di cinema, e quindi potrebbe avere un ruolo di raccordo molto importante. In più il suo nome come attore ha una rilevanza internazionale, il che potrebbe aiutare quella svolta della Mostra verso la spettacolarizzazione e la promozione cinematografica che molti, tra gli uomini vicini al ministro hanno auspicato. Non ha esperienza di festival, ma questo agli occhi di qualcuno potrebbe addirittura essere un pregio. Se è veramente questo, come si dice da più parti, il progetto lo si capirà in tempi molto brevi. Probabilmente già quando il ministro farà il nome dell'uomo di sua nomina nel consiglio della Biennale. Alcuni dei nomi che circolano in queste ore, molto vicini agli ambienti produttivi ed alla Rai, indicherebbero proprio questa direzione, e confermerebbero in caso di nomina effettiva, il patto di potere stipulato.