A Pompei non c'è nessuna emergenza, c'è uno schifo che riguarda l'intero patrimonio culturale italiano, il più grande al mondo. L'emergenza riguarda l'imprevisto, qui è tutto noto da anni. A Pompei è difficile arrivare, trovare i cancelli aperti, vedere le cose che interessano perché potrebbero a loro volta essere chiuse e transennate a causa di un'altra falsa emergenza, che in realtà si chiama incuria, abbandono e degrado. Con i biglietti venduti si dovrebbero incassare poco meno di trenta milioni l'anno. Se ne potrebbero vendere il doppio, solo aumentando le ore d'apertura (d'estate chiude prima che cali il sole, quando si pagherebbe il doppio per entrare con il fresco!), e magari offrendo anche un cesso ai due milioni e mezzo di visitatori, che qualche bisogno pur l'avranno. Non c'è solo Pompei. Qui, come alla Valle dei Templi e altrove, ci sarebbe da far affari d'oro vendendo sostegni culturali, immagini, maglie e cappelli. Invece ti avvicinano studenti che lavorano in nero, mentre fai un'insensata fila per i biglietti, coordinati da un caporale cui non piacciono gli sgarri. Le bancarelle abusive offrono merce d'infimo livello, a caro prezzo, ergendosi direttamente sulle rovine o dove dovrebbero parcheggiare le macchine. Tutto fuorilegge, sotto gli occhi di una legge senza orrore di se stessa. A parlar le lingue ci sono gli ambulanti senegalesi, che però vendono elefanti di legno, manco fossimo in Africa. Mandate pure il commissario a Pompei, ministro Bondi, ma diventerete matti affrontando il problema a spizzichi e bocconi, e spenderete soldi laddove si dovrebbe guadagnarne. I beni culturali sono una straordinaria ricchezza, mai siti più belli sono arroccati dove la viabilità fa pena ed il settore alberghiero fa dimenticare nell'arredamento e nel cibo lo stile italiano. Il tutto a prezzi esagerati e senza collegamento con il mare. Risultato: il turismo ci volerà sopra, andando in Croazia o Montenegro. Noi, intanto, facciamo un concorso pubblico per laureati in archeologia che stacchino i bi-glietti e chiudano il cancello, talché si tenga vivo il mercato delle raccomandazioni.