De boto xe finio carnaval. Forse con l'immortale esordio dei Rusteghi goldoniani si può raccontare l'esito ormai imminente della vicenda biennalesca a Venezia. Infatti, con la certezza di spazientire anche l'osservatore più attento, il ministro Urbani forse oggi ce la fa a comunicare il castelletto quaresimale di interessi costruito attorno alla più importante istituzione culturale italiana, una delle ultime ad aver resistito finora nell'autonomia dal berlusconismo. Dopo tanto lunghe e dolorose doglie, tutto si risolve in un pacchetto di nomi di potere messi lì a far la guardia all'osso più sacro, la Mostra del cinema. Ma non è detto che le pretese culturali degli amici di Urbani non si vogliano espandere a contaminare tutti gli altri settori. Se è vero quanto pubblicato ieri dal Riformista, sarebbe stata la stessa Maura Costa, moglie del sindaco ulivista di Venezia e consulente del ministro per la musica, a gioire in una occasione conviviale per essere «riusciti a far fuori» De Hadeln. Ma più che il direttore svizzero della rassegna cinematografica, è chiaro che è stato il presidente «uscente a forza» Bernabè ad essere fatto fuori, chissà se per quel po' di autonomia dimostrata rispetto a chi l'aveva nominato (lo stesso Urbani, che quella volta sgambettò Baratta) o per qualche motivo ignoto ai più. Certo il formale e corretto Bernabè la sua insoddisfazione l'ha discretamente mostrata, procedendo elegantemente nei giorni scorsi alla conferma di De Hadeln per tre mesi alla direzione della Mostra. Misteri che saranno sciolti evidentemente più in là. Intanto l'unica cosa certa è la «venezizzazione» della Biennale. Se i nomi saranno quelli annunciati fino a ieri sera, ci saranno certamente molti geni «serenissimi» nel dna dell'istituzione «rinnovata» e appesantita. Oltre ai politici che rappresenterebbero se stessi (meglio di Caligola certo, che si faceva rappresentare in Senato dal suo cavallo), ci sarà un presidente purosangue veneziano. Buon per lui e speriamo per la Biennale, che certo con tutti questi vivaci proclami di venetitudine, rischia di sembrare l'epilogo, sempre goldoniano doc, delle amarissime Baruffe chiozzotte. Non a caso a Venezia qualcuno dice con orgoglio che tutto il merito del varo definitivo dell'operazione sia del governatore Galan e soprattutto del sindaco Costa. Sarà, ma visto dalla terraferma, l'affare sembra il frutto di un enorme inciucio, cui evidentemente anche i rappresentanti dell'Ulivo faticano a sottrarsi. Per capire come nessuna identità regionale possa giustificare questo mercatino, basta pensare al candidato principe per la direzione della mostra del cinema, Giancarlo Giannini. Nei giorni scorsi si vantava in tv di non sapere niente e di non saperne niente (di come si fa un festival). È un tipico attore italiano medio di successo, che agli occhi di Urbani ha il merito di aver debuttato a teatro con Zeffirelli, col quale fu Romeo, e al cinema è arrivato al successo con Lina Wertmuller. Due maestri, per Urbani, di sicura fiducia. Più interessante ancora il fatto che a battersela per rappresentare il ministro nel cda, siano un ex collaboratore di Saccà alla Rai (notoriamente fidatissimo anche lui per Forza Italia) e un dirigente ministeriale di una branca ancora poco conosciuta. Eppure l'Arcus, un fondo del ministero dello spettacolo di nuova istituzione, finanziato con un ingente tre per cento dei fondi per le grandi opere, sarà al momento della devolution degli attuali fondi per lo spettacolo alle regioni, il vero, privatistico e discrezionale fondo governativo da elargire a piacere del governo agli artisti. In tanta creatività, si intravede un uso spasmodico e febbrile della parola magica «sinergia».