Quando lo smontaggio di un cantiere svela un'architettura nuova, il pubblico di divide tra favorevoli e contrari. E la cosa finisce lì. Anche quando lo smontaggio svela un restauro il pubblico si divide tra favorevoli e contrari, ma questa volta la cosa non finisce lì. Tutti si sentono esperti. L'altro ieri, a dividere era la scala progettata da Zordan per la torre di Mestre. Che per fortuna è stata realizzata. Ieri a dividere è stato il progetto di Tadao Ando per la Punta della Dogana. Che speriamo venga realizzato senza stravolgimenti. Oggi, ad interessare sono i restauri delle Procuratie. Meglio le differenze rilevabili tra parti oggetto di interventi in momenti diversi. Ed i "critici" ricorrono all'uso del sapone di Calimero oppure di Spic e Span per spiegare e spiegarsi le differenze. Aveva ragione chi (M. Friedländer) definiva quello del restauratore "il più ingrato di tutti i mestieri". A turbare sono comunque sempre i momenti nei quali le complessità e le contraddizioni della società attuale, con le sue esigenze e le sue aspirazioni, vengono in evidenza. Quando cioè gli operatori sono chiamati a coniugare conservazione e progresso. Ed il turbamento cresce quando si azzarda una risposta con linguaggio contemporaneo. La volontà di superare le "barriere" per garantire un'accessibilità alla portata di "tutti", la sistemazione degli impianti, la realizzazione di parti mancanti ed essenziali per consentire un uso adeguato alle esigenze ineludibili della vita d'oggi, sono tra i temi più evidenti e frequenti. Posto di fronte alle possibili soluzioni, nel giudicarle il pubblico antepone spesso il desiderio al ragionamento. Ed il desiderio è quello di vedere ricomposta l'immagine che si ritiene perduta. Aggiungere elementi ed introdurre servizi come ristabilire continuità, colmare vuoti, ridare corpo e fisionomia al volto sfregiato dei monumenti non può comportare - per quel pubblico - cambiamenti visibili rispetto all'unico obiettivo ammissibile: riconquistare l'immagine primitiva. Qui il problema, arduo e complesso, con il quale il restauratore ha dovuto e deve misurarsi è quello di dover distinguere tra i segni del tempo (la cosiddetta patina) e l'accumulo di degrado. I segni della "modernità" con i quali si devono fare i conti sono anche questi. La prima e forse maggiore inquietudine che il restauratore deve affrontare è di sapere che interviene sugli effetti e non sulle cause. Potrà rimuovere le tracce dell'inquinamento industriale, rallentare la sua evoluzione, non impedire che esso continui. L'intervento sulle cause è tema che investe la società nel suo complesso. Che assume una decisione sul proprio modello di sviluppo, magari anche guardandone gli esiti sulle facciate dei monumenti e pensando che l'aria che degrada i monumenti non è diversa da quella che respiriamo. Posto di fronte a degrado e patina, alla necessità di doverle distinguere, il restauratore è solo. La scienza oggi lo aiuta a definire meglio la natura di molti dei prodotti che trova sulle superfici. Ma è lui che deve interpretare gli esiti di analisi, indagini e prove. E questo è un tema che tiene banco, nel restauro, da almeno 70 anni. In talune occasioni l'importanza del monumento ha richiamato l'interesse dei media e sollecitato la partecipazione del pubblico; citiamo un caso su tutti i restauri alla volta della cappella Sistina in Vaticano. Chi scrive si trova quasi quotidianamente ad affrontare temi come quello posto delle Procuratie. E deve farlo su monumenti che non sono di poco conto. E li affronta calibrando ogni volta l'intervento in ragione delle condizioni che ciascuna opera presenta, potremmo dire metro per metro, materiale per materiale. Ora, i restauri delle Procuratie offrono una straordinaria occasione per compiere un altro passo in avanti su questo delicato fronte delle puliture, della distinzione tra patina e degrado, del ruolo e del rapporto tra scienza e beni culturali. E va riconosciuto agli operatori che vi hanno lavorato ed alla Soprintendenza che ne ha governato l'attività, il coraggio e l'onestà intellettuale, doti sempre più rare, d'averlo posto con efficace evidenza. Università e Soprintendenza, pur nella diversità dei loro compiti istituzionali, compiono forse su questo fronte l'errore di dedicare poca attenzione alla divulgazione, dei temi e dei problemi che affrontano, oltre il ristretto circolo degli addetti ai lavori. Ordinario di Restauro architettonico Università IUAV di Venezia
VENEZIA: le Procuratie e i restauri
Il restauratore deve distinguere tra segni del tempo (patina) e accumulo di degrado, e sapere che interviene sugli effetti e non sulle cause. Il problema è quello di non impedire che il degrado continui, ma di rallentarlo. Il restauratore è solo nel prendere decisioni, ma la scienza può aiutarlo a definire meglio la natura dei prodotti che trova sulle superfici. Il tema del restauro è complesso e arduo, e richiede un equilibrio tra conservazione e progresso. I restauri delle Procuratie offrono un'opportunità per compiere un passo in avanti su questo fronte.
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