Caro Direttore, mi faccia esprimere la mia amarezza e il mio stupore per quanto letto ieri sul suo giornale in merito al ministero di cui ho la responsabilità politica. Non è mia abitudine scendere in polemiche pretestuose, ma trovo l'analisi di Salvatore Settis, pur se ispirata da nobili intenti, inutilmente apocalittica, nonché irrituale nella forma pubblica, poiché il prof. Settis è stato da me appena confermato presidente del Consiglio superiore per i beni culturali. Come ricorda Settis, in Parlamento mi sono impegnato a un rigoroso rispetto dell'articolo 9 della Costituzione ma con l'idea che la nostra funzione non sia soltanto quella vincolista - peraltro funzione svolta egregiamente grazie ai valenti tecnici delle Soprintendenze -bensì con la speranza che i beni culturali possano essere anche un'opportunità di sviluppo economico. Il che - voglio ricordarlo per evitare altri fraintendimenti -non significa sfruttamento selvaggio del bene, semmai la sua piena valorizzazione. È sotto gli occhi di tutti, infatti, il cattivo utilizzo dei beni culturali, come dimostra il caso di Pompei. E che invece potrebbe garantire il rilancio di un comparto economico strategico per l'Italia, come il turismo culturale e di qualità. Ma al di là del turismo, sono convinto che la conservazione della Bellezza possa innalzare di nuovo il nostro Paese a luogo elettivo per tutte quelle aziende che hanno nella creatività (qualità spesso fortificata dalla frequentazione con la Bellezza) la loro vocazione naturale. Non è dunque mia intenzione, né quella del Governo che rappresento dismettere le funzioni di tutela. Anzi con l'ottimismo che ci caratterizza, siamo convinti di poter addirittura aumentare in futuro gli investimenti nel settore, uscendo però da logiche esclusivamente stataliste, che talvolta hanno prodotto danni incalcolabili: musei abbandonati, siti archeologici devastati, incapacità manageriali tali da rendere insostenibile la giusta conservazione che merita il nostro patrimonio. Voglio inoltre ricordare che è mia precisa volontà quella di razionalizzare la spesa del ministero, diminuendo i sovvenzionamenti inutili a pioggia o senza valutazione attenta dei costi e dei benefici che hanno caratterizzato l'idea illiberale di una cultura al servizio e succube della politica, incentivando invece il ruolo dei privati e delle associazioni per la gestione e la valorizzazione del patrimonio artistico, fermo restando, come già più volte detto, il ruolo di tutela che deve appartenere allo Stato. Ritengo poi che il giudizio del Prof. Settis sui tagli effettuati sia frutto di una preoccupazione condivisibile ma che prescinde da una considerazione realistica delle condizioni economiche in cui si trova il nostro Paese. I tagli, dunque, ci sono stati, ma non è certo la prima volta e non è certo per una scelta politica di sminuire il ruolo e le funzioni del ministero. I tagli, come è evidente a chiunque guardi senza pregiudizi la realtà delle cose, sono imposti da congiunture macroeconomiche che sono fuori dalla portata immediata di una diretta azione dei governi nazionali, e riguardano proporzionalmente tutti i comparti, non certo solo, né in misura maggiore degli altri, il ministero per i Beni e le attività culturali. Dietro questi tagli, dunque, c'è solo la necessità, ma nulla che possa sia pur lontanamente far immaginare una "messa in liquidazione " del ministero e delle sue funzioni, che vanno invece salvaguardate e ancor meglio valorizzate, come ho più volte ripetuto, e che costituisce la missione per la quale ho accettato l'incarico di ministro per i Beni e le attività culturali. Per quanto riguarda invece i concorsi per l'assunzione di nuovo e giovane personale qualificato, ho già dato una forte sollecitazione all'accelerazione delle procedure in atto, né saranno bloccate le previsioni di nuovi 400 assunti contenute nella finanziaria dello scorso governo. Non c'è, dunque, nessuna volontà o iniziativa volta a indebolire la struttura ministeriale, come appare dall'articolo di Settis. Infine la questione delle Regioni. L'articolo 114 della Costituzione - che è stato introdotto nel 2001 sulla base di una riforma peraltro votata dalla sinistra - enuncia che la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. L'articolo 9 della Costituzione dice che la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. La Corte costituzionale ha predicato per decenni il supremo valore unificante della leale cooperazione interistituzionale. Credo, perciò, che la scelta di costituire un tavolo di confronto e di dialogo con le Regioni per la migliore attuazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio sia una scelta di saggezza e di buon senso, dovuta proprio in rispetto della nostra Costituzione. Praticare uno statalismo assoluto d'antan, come vorrebbe Settis, porterebbe di sicuro al federalismo differenziato, e alla richiesta forte, da parte di tutte le Regioni (e non solo della Lombardia), che avrebbero a questo punto più che ragione, di "separarsi" dallo Stato per adempiere in via esclusiva alla tutela e alla gestione dei beni culturali, in base all'art. 116, terzo comma della Costituzione. Non credo che il prof. Settis voglia tutto ciò. Sandro Bondi
BONDI A SETTIS: Alla cultura tagli necessari ma spenderemo meglio
Il ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi, risponde all'articolo di Salvatore Settis sul suo giornale, in cui Settis critica i tagli effettuati dal ministero. Bondi afferma che i tagli sono stati imposti dalle congiunture macroeconomiche e non sono una scelta politica di sminuire il ruolo del ministero. Inoltre, Bondi conferma la sua volontà di razionalizzare la spesa del ministero e di aumentare gli investimenti nel settore, ma senza ricorrere a sovvenzionamenti inutili.
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