In via Conca del Naviglio un reperto di archeologia industriale in mezzo al verde rischia di essere distrutto "Vivevo qui dal 1946 Forse mi arrenderò ma non è giusto che tutto questo vada in malora" "Costruivo lampadari Da quando ho perso la prima causa mi hanno tolto locali e strumenti" «Potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me lavete pur da pagare». Così esclama Don Chisciotte quando, lancia in resta, si scaglia contro i mulini a vento. E qualcosa di simile deve aver pensato pure Dante Meda, quando per la prima volta circa ventanni fa si è trovato in tribunale di fronte a una società immobiliare. Uno scontro ad armi impari per contendersi un terreno in via Conca del Naviglio 19 su cui sorgeva lofficina costruita dal padre nel secondo dopoguerra e in cui Dante aveva lavorato per tutta la vita con la sua ditta di lampadari. Un piccolo possedimento nascosto da un vecchio portone in legno pieno di scritte, un gioiello abbandonato nel cuore di Milano che potrebbe valere milioni di euro. La storia di Dante affonda le sue radici in un passato remoto, fatto di case di ringhiera e di una città ormai non esiste più. Ora i luoghi della sua infanzia sono il regno di topi e piccioni. «Da quando ho perso la prima causa mi hanno messo sotto sequestro i locali e buttato via la strumentazione». Vecchi attrezzi del mestiere che nelle sue mani di esperto artigiano avrebbero un valore di gran lunga superiore a quello di mercato. Ventanni fa comincia la sua disavventura, ora alle battute finali. Dopo aver vissuto e lavorato per più di quarantanni su quel terreno, che non era di sua proprietà e su cui non pagava laffitto, a Meda venne inviato lo sfratto. Decise di provare la strada dellusucapione, cioè la possibilità prevista dal codice civile di acquisire la proprietà di un bene a seguito del possesso «ininterrotto e pacifico» per almeno venti anni. Lui, stando a quanto sostiene, viveva lì fin dal 1946, senza che nessuno fosse venuto a reclamare niente. Ma non sapeva di essere destinato a entrare in una faccenda più grande di lui. Rimasto nel dimenticatoio per decenni, quel terreno - che va dal civico 17 al 21 - comincia a solleticare appetiti economici. Proprietaria dellarea è infatti unimmobiliare e quegli spazi in via Conca del Naviglio sono confinanti con il parco archeologico dellarea romana, e quindi interessanti per il Comune. La società è disposta a cedere a Palazzo Marino quelle aree per poter completare il parco archeologico, ma vuole in cambio la possibilità di realizzare nuovi edifici in unaltra area in via Maestri Campionesi. Tutto liscio, se non fosse per un solo intoppo: il signor Meda. «Qua ho tutti miei ricordi, tutta la mia vita. Per affrontare le cause mi sono rovinato e mi è stata persino pignorata la casa in campagna, ad Erba, che era di mio padre». Ventanni di lotte, tra errori che egli stesso ammette e sequestri di terreni, in cui Dante ha visto decadere tutto ciò che aveva costruito nella sua vita. «Qua - dice mentre indica un ammasso di cianfrusaglie ed erbacce - cera un prato su cui organizzavo bellissime feste con luci e candele. Mentre là - aggiunge spostando il dito verso un edificio a pezzi circondato dai sigilli arancioni - cè lofficina che mi hanno messo sotto sequestro. Io ho continuato a lavorare fino a sei o sette anni fa, quando mi hanno tolto tutto». Sulla scia dei ricordi Meda si lascia andare alle descrizioni dellantico lavoro, fatto di piccoli accorgimenti e accuratezza artigianale sviluppata dopo una lunga esperienza: «Ho imparato tutto da mio padre». Di questa grandiosa officina, adesso, tra larancione dei sigilli giudiziari, si intravedono solo ferri arrugginiti e vetri polverosi. Capelli bianchi e lunghi raccolti in una coda, barba ingiallita dalle troppe sigarette fumate, conclude amaro: «Non ho più la forza di continuare, alla mia età è difficile andare avanti facendo solo dei lavoretti. Tengo duro, ma so di essere come Davide contro Golia. A questo punto per me sarebbe una vittoria anche riuscire ad avere indietro la casa in campagna nel corrispettivo in soldi». Dante è stanco, stanchissimo. Da dietro i suoi occhiali sporchi osserva il numero 19 di via Conca Dei Navigli: «Ma come si fa a rinunciare alla propria vita?». SEGUE A PAGINA VI