«Vedrete, sarà un presidente veneziano», avevano ufficiosamente fatto filtrare, due settimane fa, dal ministero ai Beni Culturali. Così è stato. Alla Biennale della discordia approda, salvo sorprese improbabili, il manager 54enne Davide Croff, politicamente progressista, «cafoscarino d'oro» per l'anno 1994, presidente della Fondazione Levi, già direttore finanziario della Fiat e amministratore delegato della Bnl (fino al 14 giugno 2003). Sul suo nome, dopo giornate piuttosto burrascose e un infittirsi di candidature vere o presunte (Alberoni, Vattani, De Michelis, Segre, Branca, Melograni, Bonito Oliva) s'è raggiunto l'accordo giovedì, nel corso di un incontro a via del Collegio Romano. Il suo grande sponsor è il sindaco ulivista Paolo Costa, a sua volta «cafoscarino d'oro '97», e forse non è un caso che la notizia si sia diffusa venerdì sera nel corso di una sontuosa festa in onore del Mercante di Venezia, il film con Al Pacino e Jeremy Irons, allestita da Toto Bergamo Rossi. Sotto i soffitti affrescati di Palazzo Gradenigo, lì dove Gabriele d'Annunzio era solito incontrare Eleonora Duse, la moglie del sindaco, Maura, di rosso vestita, avrebbe gioito con il regista Michael Radford e qualche altro ospite della «perfetta soluzione» escogitata per la Biennale. Una soluzione che, sulla carta, mette d'accordo tutti: allontana l'ipotesi Alberoni, molto contrastata a sinistra e per alcuni versi impraticabile (troppe cariche sul fronte cinematografico e televisivo) ; consacra la natura veneziana dell'istituzione culturale, consegnando al sindaco Costa un nuovo alloro dopo la riapertura della Fenice; permette al ministro Urbani di uscire nobilmente dalla palude delle polemiche, confermando la scelta di carattere tecnico-manageriale inaugurata due anni fa con la nomina di Bemabè. E infine: Croff, attualmente «disoccupato» dopo le ipotesi che l'avevano dato alla guida della banca Antonveneta o della Cassa depositi e prestiti cara al ministro Tremoliti, potrà dedicarsi a tempo pieno a questa Biennale trasformata in Fondazione. Se, sul piano della designazione formale, bisognerà attendere lunedì o martedì, ovvero la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto legge sulla Biennale, già da ieri la fumata bianca è stata perlopiù accolta con simpatia mista a sollievo. Naturalmente il diretto interessato, raggiunto al telefono, offre un diplomatico no comment «Se è vero che la cosa ha fondamento, per scaramanzia preferirei non esprimermi. Onestamente non posso negare che si sia parlato di questo. Ma, allo stato, non esiste nessun atto formale. E lei sa che io provengo da un mondo nel quale contano i fatti». Insomma, è fatta. Entro 48 ore al massimo, il ministro Urbani potrà spedire ai presidente delle Camere la lettera con la quale designa il manager veneziano presidente della Biennale. Quanto all'altra nomina che gli spetta, sembra quasi certo che a sostituire il bocconiano Severino Salvemini nel futuro Cda sarà lo storico europeista Piero Melograni, fino all'ultimo dato in pole position per il ruolo di presidente. L'accoppiata ministeriale appare azzeccata, anche se c'è chi, nel centrodestra, avrebbe preferito una soluzione «culturalmente più attrezzata e limpida»: appunto, Melograni timoniere a Cà Giustinian. Una storia che sembra ripetersi, sia pure in forme meno beffarde. Già nel febbraio 2002, al momento di scegliere il nuovo presidente della Rai dopo Zaccaria, Melograni risultò in cima alla lista dei candidati. Poi «lo storico che cambiò il modo di pensare la Grande Guerra», secondo la definizione di Aldo Cazzullo, venne sconfitto sul filo di lana dal più sostenuto Antonio Baldassare. Ne nacque, in segno di spiritoso auto-risarcimento, una mitica «cena dei trombati» a casa Melograni che raccolse, attorno a un gustoso risotto alle erbe, con prevalenza di ortica, servito con un calice di Marzemino, in onore del prediletto Mozart, i consiglieri in pectore Angelo Guglielmi, Dario Antiseri e Marcello Veneziani. Ora che succederà? È possibile che la mossa a sorpresa del ministro spiazzi i contestatori più furenti e coloriti, inclusa Natalia Aspesi, autrice su la Repubblica di un commento al vetriolo nel quale Urbani veniva definito, in progressione, «impavido, scaltro, cocciuto e totalmente disinteressato alla cultura», insomma uno che «si serve della cacciata di de Hadeln per annettere totalmente la Biennale a se stesso e al suo governo». Certo è che la direzione della Mostra del cinema sarà, per il neo presidente Croff, la prima gatta da pelare: de Hadeln, in prorogatio per tre mesi, difficilmente resisterà al suo posto. Le ipotesi sul tappeto restano due: Marco Mueller (iperprofessionale) e Giancarlo Giannini (nazional-popolare). L'attore, incuriosito dal cimento, non disdegna l'idea: ma chi affiancargli sul piano pratico per organizzare il festival, rafforzare le strutture e selezionare i film in tutto il mondo?