E' una strada poco indagata di Palermo, che suscita interesse per la sua patina di antichità. Vive in una totale quotidiana confusione, con mercanti vivaci che non rispettano nessuna norma nell'occupare gli spazi comunali. Da tempo si caratterizza non più come mercato alimentare di dolciumi ma come punto di smercio di tessuti, vestiti da lavoro, chincaglierie, seterie, abbigliamento intimo, cotonerie e negozi di giocattoli. 1 suoi palazzi nobiliari sono consumati dal tempo e attanagliati dal degrado. Stiamo parlando di via Bandiera, inglobata nel XII secolo lungo il Seralcadio, detto dagli arabi «Arat al Saqalibah» o quartiere degli Schiavoni. Secondo lo storiografo palermitano del Seicento Vincenzo Di Giovanni, il nome deriva dalla presenza di mercanti levantini che vi si stabilirono per farvi del commercio. Nel 1470 lo storico Pietro Ranzano annotava che lungo il Seralcadio quei commercianti avevano innalzato sontuose dimore con cortili e torri. Gerardo Agliata e Antoni di Termini furono i più solerti a costruire in quella zona della città. Sul nome di via Bandiera esistono più versioni. Secondo lo studioso ottocentista Carmelo Piola, il nome deriverebbe dalla bandiera che Matteo Termine, capitano generale delle galere dei re Giacomo e Federico d'Aragona, faceva sventolare dalle finestre della propria abitazione. Secondo altre versioni, la denominazione trae origine da un puttino in marmo, che teneva in mano una bandiera di ferro, collocato in una nicchia della facciata di palazzo Tantillo, oggi Lionti. L'edificio fu fatto costruire nel Cinquecento dal protomedico Vincenzo Tantillo. Il putto reggeva lo stemma di questa famiglia con la dicitura: «En qui tant potuit G.V.T.». Dieci anni fa la scultura marmorea venne trafugata in piena notte e gli abitanti insorsero con una manifestazione popolare. Dopo qualche giorno il Putto fu ritrovato e venne consegnato alla Sovrintendenza per essere restaurato. Ancora si aspetta che venga ricollocato al suo posto. Sin dal Medioevo in questo luogo romantico si trova un mercato vivo. Scrive Adriana Chirco nel libro «Antiche strade e piazze di Palermo»: «Molte categorie di artigiani e produttori si sono avvicendati in questo sito; ciò dimostra il valore assunto in tutte le epoche da questa importante via di collegamento. Abitata prevalentemente dal ceto medio, dedito a professioni nobili, era caratterizzata nel '600 e nel '700 dalle botteghe dei pasticcieri e confettieri, ma non fu mai disprezzata dalla nobiltà». Della sua impronta medievale via Bandiera, però, possiede poche tracce. Diversi palazzi subirono modifiche in seguito ai terremoti del 1726 e 1823. Negli spazi un tempo occupati da giardini sorsero piccole case creando una intricata rete di vicoli. Ma andiamo a conoscere alcuni degli edifici storici. Spicca fra tutti, a pochi passi dall'antica piazza Imperiale (San Domenico), palazzo Termine, dallo stile catalano con torri e merli. Venne costruito nel 1572 dal giureconsulto Antonio Termine, i cui antenati erano arrivati a Palermo al seguito di Federico li. E' subito individuabile per la sua colonna angolare, caratteristica dei palazzi cinquecenteschi. Accanto, della stessa epoca, troviamo la splendida dimora Oneto di Sperlinga, appartenuta prima ai Siracusa e poi ai Corbera. Dopo il terremoto del 1726, quando la proprietà passò ad Antonio Oneto di Sperlinga, l'edificio subì notevoli trasformazioni. Il duca non badò a spese e nel 1746 fece affrescare le volte del piano nobile da Gaspare Serenario. All'interno la struttura era tappezzata di sovrapporte con scene campestri, di decori in oro zecchino, di porte dipinte, di caminetti in marmo. Singolare si presenta lo scalone, con volta ottagonale. Il portale, con le sue colonne doriche in pietra Billiemi, è tra i protagonisti della struttura. Architettonicamente elegante si presenta la facciata, con medaglioni in stucco e figure a mezzo busto. Oggi il palazzo vive in uno stato di degrado a dir poco mortificante a causa dell'abbandono. Il piano nobile appartiene a Roberto Bilotti Ruggì d'Aragona, che si è recentemente attivato per recuperarlo. Attraverso i finanziamenti del V Bando del Comune, probabilmente riuscirà a riportare questo «gioiello» barocco alla sua giusta dignità. C'è un progetto dell'architetto Maria Gabriella Tumminelli e si pensa che entro il 2004 potranno partire i lavori di ristrutturazione. I magazzini del corpo basso appartengono all'ex attaccante del Palermo Gino Raffin, che ha contribuito ad agevolare il piano di recupero dell'immobile.