«C'è la seria possibilità che il museo divia Tasso, come ente, venga sciolto perchè così prevede il decreto legge 25 giugno 2008 numero 112». È l'allarme lanciato dal direttore del museo della Liberazione di via Tasso, Antonio Parisella, ai microfoni di Radio Popolare Roma. «I suoi beni, le sue attività e le sue risorse finanziarie - ha aggiunto Parisella - andrebbero ad un ufficio dell'amministrazione dei Beni culturali che lo trasformerebbe in un qualsiasi museo gestito come un ufficio pubblico, togliendogli gran parte del suo significato, che sta proprio nell'essere un'istituzione che è anche parte della società civile. Ci sono due possibilità: una è che durante la discussione per la conversione del decreto si creino degli spazi per riuscire a sopravvivere come soggetti autonomi, l'altra è che alcuni enti vengano ripescati con decreto del ministro». Parisella, direttore a via Tasso dal 2001, annuncia che convocherà il direttivo del museo e le associazioni dei partigiani. Il museo di via Tasso, attualmente visitato da 15mila persone ogni anno, fu inaugurato il 4 giugno 1955 dal presidente della RepubblicaGiovanni Gronchi e riconosciuto nel 1957. È stato allestito nei locali dell'edificio che, nei mesi dell'occupazione nazista di Roma, venne utilizzato comecarcere dal comando della polizia di sicurezza. Le celle di detenzione, che allora occupavano l'intero stabile mentre ora soltanto due dei quattro appartamenti destinati a museo, sono ancora come furono lasciate dai tedeschi in fuga. Acomandarela polizia di sicurezza tedesca a Roma fu posto il tenente colonnello Herbert Kappler, promosso dopo aver combattuto al fronte, che aveva una buona conoscenza dell'ambiente romano. Via Tasso divenne tristemente famosa come luogo dove si poteva essere portati anche senza alcunmotivo e da dove si poteva finire diretti al tribunale di guerra, deportati o detenuti al carcere di Regina Coeli. Circa duemila tra uomini e donne vi passarono per essere sottoposti ad interrogatori, torture ed altre violenze. Non vi furono, infatti, solo militari passati in clandestinità o partigiani, ma anche uomini e donne, anziani e ragazzi, cittadini di ogni classe e ceto dai quali Kappler e suoi aiutanti pensavano di poter strappare informazioni sulle organizzazioni clandestine di Resistenza, sui luoghi di accoglienza di ebrei emilitari italiani o alleati, su chi produceva stampa clandestina o documenti falsi.