È davvero bene accetto l'invito del ministro Bondi ad occuparci - sì, anche noi architetti- della qualità delle nostre città. Ben accetto e anche opportuno, se davvero porta con sé l'intenzione di varare finalmente quella legge sulla qualità architettonica e i concorsi di architettura che da anni giace nelle commissioni parlamentari. Ci permettiamo solo due raccomandazioni, per altro accorate. La prima è di evitare di nascondere, dietro al richiamo per il «bello» la contrapposizione al «contemporaneo». Una contrapposizione facile e a volte convincente, se ad esempio si paragona il paesaggio dei nostri mirabili centri storici con la mediocrità di molte periferie o dei brani di città diffusa che ormai le avvolgono. Guardandole, è del tutto lecito ipotizzare che i centri storici vadano strenuamente difesi e protetti da qualsivoglia intervento che non si richiami ai dettati del costruire «in stile» e che non sia capace di replicare filologicamente le forme della città medioevale. Ma stiamo attenti: non dobbiamo dimenticarci che la «bellezza» della città storica italiana, la bellezza odierna, non è stata opera di un'unica mano, di un unico gesto congelato nel tempo. Questa bellezza si è costruita anche grazie ad un continuo susseguirsi di innesti e piccole deformazioni, che l'hanno di continuo modificata e mantenuta vitale. Perché la bellezza dei nostri centri storici, delle nostre piazze, dei nostri monumenti (dal Duomo di Siracusa a Piazza della Signoria) è anche l'esito del loro continuo e rispettoso riadattarsi alle nuove vibrazioni di vita e di attività che li hanno percorsi. Piuttosto, non dobbiamo dimenticarci di quante volte la bellezza dei nostri centri storici sia stata compromessa proprio dall'affanno al restauro filologico (ma quale, tra i molti possibili, sarà il passato da restaurare?) e dalla sommatoria di piccoli interventi «in stile»: gentili pugnalate che reinventando a piacere antiche tecniche costruttive spesso non si sono preoccupate di trasformare gli androni in retri di boutique, i vani scala in macchine di risalita, di annientare le proporzioni e le spazialità della città storica. Con l'effetto di distruggere quelle relazioni umane e sociali che costituiscono la vera «risorsa scarsa» dei nostri centri urbani. La seconda raccomandazione, forse inutile, riguarda il rischio di collegare il «bello» con il consenso collettivo. Come se l'architettura fosse una creazione collettiva da gettonare e non invece un processo inventivo che nasce sì da un contesto di relazioni sociali e politiche, ma poi diventa un atto individuale. Un atto che deve potersi esprimere senza censure, anche se in totale trasparenza; per essere giudicato, criticato, modificato, corretto, ma mai sottratto ai suoi protagonisti, che restano gli architetti. L'opportunità di un consenso per le nuove architetture italiane è semmai una questione tutta politica; reclama una legge sulla trasparenza dei grandi progetti promossi dagli operatori privati e l'invito agli architetti a responsabilizzarsi e a misurarsi con l'opinione pubblica. E non è un caso che siano proprio questi due i grandi vantaggi politici indotti dalle procedure dei concorsi di progettazione. Insomma, dobbiamo tutti evitare di cadere nella nostalgia per un territorio plasmato da pochi grandi operatori, per una società più semplice e controllata da poteri forti. Senza dimenticare come la storia della nostra migliore architettura si svolga tutta entro una delicata dialettica tra tradizione e innovazione, tra ricerca del consenso e bisogno di contraddizione; qualcosa che assomiglia molto alla natura molteplice e multidiretta della città contemporanea e della società aperta che la abita.
Le nostre città, affascinanti e complesse
Il ministro Bondi ha invitato gli architetti a occuparsi della qualità delle città. Il giornalista ha espresso accettazione e ha proposto due raccomandazioni. La prima è di evitare di contrapporre il bello al contemporaneo, sottolineando l'importanza di difendere i centri storici e le forme architettoniche tradizionali. Tuttavia, è importante riconoscere che la bellezza dei centri storici è il risultato di un continuo susseguirsi di innovazioni e modifiche. La seconda raccomandazione è di evitare di collegare il bello con il consenso collettivo, sottolineando l'importanza della trasparenza e della responsabilità degli architetti.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo