Parigi è stata al centro dei riflettori internazionali soprattutto negli anni dei grands travaux effettuati dal presidente-faraone François Mitterrand per celebrare il bicentenario della Rivoluzione nel 1989. La Pyramide incastonata da Ieoh Ming Pei nella corte del Louvre, la Bibliothèque nationale de France di Dominique Perraul nel Tolbiac, la Grande Arche di Johan Otto von Spreckelsen nella Défense, l'Institut du Monde Arabe di Jean Nouvel a Jussieu, la Cité de la Musique di Christian de Portzamparc nella Villette, l'Opéra de la Bastille di Carol Ott e l'allestimento del Musèe d'Orsay di Gae Aulenti restano i sette simboli della rinnovata fisionomia di questa grande città. Alla malcelata sindrome della grandeur, che ha sotteso quell'ambizioso programma di nuovi monumenti in stile high-tech, si è affiancata tuttavia (già a partire da quella fase) una non sottovalutabile attenzione verso la riqualificazione della banlieue. La Parigi è una città-regione per antonomasia, con un centro storico di notevole fascino che funge da magnete gravitazionale non solo degli ingenti flussi del turismo internazionale (circa 20 milioni di visitatori l'anno), ma anche di una vasta periferia, abitata da una popolazione multietnica. Quest'area metropolitana (contrassegnata da una densità abitative tra le più alte d'Europa) costituisce nei fatti un organismo unitario, nonostante le irrisolte disuguaglianze tra le sue parti, che sono all'origine dei conflitti sociali esplosi con violenza nei primi anni del nuovo secolo. Proseguendo lungo il tracciato logico dell'ampia visione territoriale dello «Schéma directeur de Région Parisien» (1965) - che dislocò le villes nouvelles in un raggio di circa trenta chilometri dalla cattedrale di Notre-Dame - il «Plan d'Aménagement et Déveppement durable» (Padd), caldeggiato dal sindaco Bertrand Delanoë, mira con tutta evidenza a una pianificazione a scala sovracomunale. Lo sviluppo economico e sociale dell'intera area metropolitana fa leva su una coordinata triangolazione concettuale tra l'incremento infrastrutturale delle reti dei trasporti, il renouvellement dei quartieri residenziali e il vero e proprio Piano urbanistico di Parigi («Plan Local d'Urbanism», Plu), perfezionato con il master-plan attuativo (Pos) varato nel giugno 2006. Per valutare l'interrelazione tra la pianificazione strategica e la qualità delle nuove architetture è comunque opportuno far tappa al Pavillon de l'Arsenal, istituito nel 1987 dall'allora sindaco Jacques Chirac e potenziato nel 2002 dalle video-installazioni progettate da Clément e Biecher. Questo spazio attrezzato per informare i cittadini sulle trasformazioni urbane in atto resta il paradigma che ha anticipato la formula degli «urban center», attualmente diffusi in quasi tutte le grandi città d'America e d'Europa. Al Pavillon si è peraltro aggiunta nel 2007 la «Cité de l'Architecture et du Patrimoine», allestita nel Palais de Chaillot al Trocadéro. Tra gli obiettivi del Paad si staglia la riqualificazione dei quartieri residenziali. La domanda abitativa resta d'altronde molto alta. Tuttavia piuttosto che perseverare nella fondazione di altre villes nouvelles (rivelatesi quasi sempre deludenti), è stata prescelta l'antitetica metodologia del recupero dei tessuti urbani degradati, sia ai margini che all'interno del centro storico. Nel solco della collaudata esperienza delle Zac («Zone d'Aménagement Concertè»), sono state individuate le aree prioritarie d'intervento nelle quali far convergere (con sapiente regia) i progetti-pilota atti a rigenerare l'ambiente urbano nel suo insieme. Dunque non solo case, ma anche parchi, servizi e spazi di socialità. La progettazione delle residenze emerge tuttavia quale laboratorio d'eccellenza delle sperimentazioni sia tecniche che linguistiche. Valgano ad esempio gli alloggi sociali dell'îlot Candide Saint-Bernard (1996), assemblati da Massimiliano Fuksas sotto forma di una grande onda, o quelli di rue des Suisses (2000), ideati da Herzogde Meuron, adottando ampi balconi protetti dall'inedita tecnologia delle persiane metalliche scorrevoli. L'altro campo riservato all'innovazione va individuato nell'ampliamento de la Défense, il noto centro direzionale realizzato negli anni sessanta per volere di De Gaulle, ma già potenziato negli anni Ottanta con l'innesto del «Les 4 Temps» (una delle più imponenti macrostrutture commerciali), oltre che della stessa Grande Arche. E qui che gli architetti possono liberamente esercitarsi sulla progettazione di nuovi grattacieli dalle conformazioni insolite, come la Tour Edf (2001) di Heri Cobb e Ieoh Ming Pei, i colossi gemelli La Coeur (2001) di Jean-Paul Viguier e la vela della Exaltis Tour (2005) di Bernardo Fort-Brescia. Tra le novità di maggior pregio, si distinguono piuttosto la ristrutturazione del Musèe des Arts Asiatiques (2001) a opera di Henri Gaudin, e la Fondation d'Art Contemporain François Pinault (2007), progettata da Tadao Ando. A emblema della luce nuova del XXI secolo si erge però, al di sopra di ogni altra opera, il Musée du Quai Branly (2005), dedicato alle arti e alle culture antropologiche dell'Africa, dell'Asia, dell'Australia e delle Americhe. La vocazione cosmopolita di Parigi - che aspira al ruolo di occhio critico del mondo, teso a esplorare gli orizzonti lontani delle civiltà non-europee - trova un poetico riscontro in questa architettura che Jean Nouvel ha voluto nascondere dietro un metaforico paravento-giardino, profumato da fiori tropicali, innalzato lungo la riva della Senna per evocare i misteri della foresta ancestrale e del fiume dell'esistenza che scorre silenzioso tra l'amore e la morte. La metropolitana di Parigi; al centro l'architetto Gae Aulenti