NORBERTO Bobbio l'ho conosciuto in una circostanza molto particolare: nel maggio 1992, quando fu per pochi giorni il candidato dell'altra Italia alla presidenza della Repubblica. Lui non voleva crederci, si schermiva, com'era tipico del suo carattere. Eppure, nei nove giorni in cui partecipò alle votazioni, dal 13 maggio, prima di ritirarsi per un piccolo ma fastidioso infortunio domestico, dovette ammettere di esserci andato vicino. Bobbio essendo il più illustre collaboratore de «La Stampa», ed 10 un giovane cronista parlamentare, dal momento del suo arrivo a Roma il mio compito fu di accompagnatore nel Palazzo. Ci davamo due appuntamenti al giorno, al ; mattino e alla sera i alle spalle del Pantheon, all'hotel Santa Chiara dove era sceso con la moglie Valeria. Puntualissimo, il professore mi aspettava sulla porta: poi, a piccoli passi, facevamo 11 breve tratto di strada fino a Montecitorio, tra la curiosità della gente, che lo avvicinava per salutarlo, brevi incontri occasionali con altri parlamentari, che lo accostavano con soggezione, e incredibili grida di tifo - forza professore! - di ragazzi romani un po' screanzati, che manifestavano così simpatia per l'austero candidato torinese. Durò poco: ma nei giorni più confusi della Repubblica, mentre i partiti di governo, ormai alla vigilia del disastro, non erano in grado di esprimere un nome, e quelli di opposizione non riuscivano ad entrare nel gioco, la candidatura Bobbio cresceva di ora in ora, infuocava i capannelli nel Transatlantico, saliva nei sondaggi che i giornali ripetevano quotidianamente tra i Grandi Elettori. Il cittadino Bobbio aveva con sé l'appoggio della società civile, un'entità di grandissimo peso nell'epoca di inizio della Transizione; subito si era guadagnato il sostegno della sinistra, e divideva trasversalmente tutti i gruppi parlamentari. Era insomma l'uomo che da solo poteva mettere in minoranza il regime dei partiti. Se tutto questo non si verificò -va detto - è perché a Bobbio mancò essenzialmente l'appoggio di Bobbio. Fu lui stesso a spiegarlo ai pochi amici che la sera, tutte le sere, lo aspettavano in albergo, per spronarlo: l'avvocato Agnelli, Spadolini, che era allora presidente del Senato, Giorgio La Malfa. «Vi ringrazio - diceva il professore prima di accomiatarsi - ma a me sembra incredibile già quel che sta succedendo. E ho il dovere di dirvi che non ce la farei ad assumere una responsabilità talmente importante». Così, quando Bobbio una mattina, tirando fuori da un cassetto della sua camera una camicia, andò a battere la testa su un tetto spiovente e si procurò una brutta ferita, Spadolini (che intanto s'era convinto di candidarsi al suo posto) fu lesto a consigliargli di tornare a Torino. In men che non si dica, l'ammiraglia presidenziale con le bandiere al vento e il corteo con la scorta dei motociclisti furono messi a disposizione del professore. Toccò a me, anche stavolta, l'epilogo: il mesto viaggio verso Fiumicino, accudire il bagaglio e poi accompagnare all'imbarco Bobbio e signora. Benché ferito, incerottato e con la camicia candida ancora macchiata di sangue (non gli era stato dato neppure il tempo di cambiarsi), il professore era di buon umore: si sentiva sollevato. L'elezione del Presidente andò poi come andò: la decisero le bombe della mafia a Capaci più che le lunghe e inconcludenti trattative tra i partiti. Ma la conclusione vide eletto Scalfaro, un altro «non candidato», indicato, nientemeno, da Pannella e uscito eletto quasi a dispetto degli accordi politici e dei candidati falliti uno dopo l'altro, in ventuno interminabili votazioni. Adesso che Bobbio se n'è andato, ho voluto ricordare questo episodio perché racchiude in sé tutte le caratteristiche del personaggio: la schiettezza, la torinesità, il distacco tipico dell'uomo di cultura, il senso dei doveri del cittadino. E ultimo, ma non in ordine d'importanza, il gusto per la verità, anche quella, scomoda, che Bobbio ha voluto rivelare di sé. Sono queste qualità, così rare, che Bobbio ci ha trasmesso, nei lunghi anni in cui ci è stato vicino. E che da oggi, purtroppo, ci mancheranno. Ci mancheranno molto.