Con Norberto Bobbio muore un filosofo e scompare un senatore a vita, ma soprattutto si arresta un pensiero politico che ha lavorato per più di cinquant'anni nella passione per la democrazia, nella costruzione di una moderna teoria dello Stato, nella ricerca di una sinistra finalmente risolta, autonoma dai suoi demoni, libera dalla schiavitù ideologica del Novecento. È questa la presenza che ci mancherà di più, la coscienza critica della sinistra, della democrazia e del nostro Stato, un magistero involontario e solitario che Bobbio ha esercitato per decenni senza cattedra, dalla sua casa di Torino. Qui la sinistra tornava a interrogarlo ad ogni sconfessione della storia, dopo le sconfitte e i fallimenti, quando doveva prendere atto di una verità amara, di una lezione rinviata troppo a lungo, di qualche realtà scomoda ma non più eludibile. Insieme con la sinistra una cena Italia guardava a Bobbio nei momenti di crisi della democrazia, un'Italia difficile da definire, probabilmente liberale e democratica, potenzialmente azionista, spesso orfana di rappresentanza e tuttavia non rinunciataria. Sicuramente un'Italia di minoranza, questo sì, che conservava il bisogno di capire e cercava le ragioni per continuare comunque a credere in un Paese diverso. Il filosofo rispondeva dando un nome alle cose, rifiutando ogni certezza consolatoria, con un atteggiamento politico che definirei, sempre, di pessimismo combattivo. Indicava i fallimenti alle nostre spalle, figli di errori precisi e di ritardi costosi. Non aveva ricette, se non l'impegno per salvare insieme le ragioni della democrazia e le ragioni della sinistra. Senza assoluzioni, senza illusioni. Per lui il futuro era semplicemente un domani incerto e difficile da determinare, non quell'«avvenire» ideologico che il comunismo aveva promesso - primo tra i suoi crimini - come orizzonte garantito per i suoi fedeli: e a cui tutto, dunque, andava sacrificato. Come in un prosciugamento identitario, Bobbio muore a poche settimane di distanza da Alessandro Galante Garrone, l'antifascista suo grande amico, di un mese appena più anziano, come lui impegnato nella battaglia delle idee ma lontano dalla politica attiva. Ad uno ad uno gli azionisti se ne vanno e con loro se ne va una certa idea dell'Italia, un modo appartato di vivere e dunque anche di morire: senza potere, tra i libri e le parole dette e scritte in un'esistenza civile lunga e appassionata, immersi in quella torinesità che come ha confessato Bobbio una volta, è per molti una condizione-condizionante. Torino può spiegare infatti molte cose, nella testimonianza civile di Norberto Bobbio. Il liberalismo di sinistra, con la discendenza da Gobetti da un lato, la predicazione del liberal-socialismo dall'altro. L'antifascismo maturato prima sui banchi del D'Azeglio come un'educazione culturale, vissuto poi tra amici come Foa, Pajetta, Antonicelli, nella città in cui il legame tra la ribellione alla dittatura e il Risorgimento è più naturale. Attorno, la fabbrica come luogo non solo della produzione, ma di elabora.ione di una cultura del lavoro, con le sue proiezioni sindacali e politiche che dalle officine si allargano alla città e al Paese. Nella città, l'Einaudi, soggetto e occasione di sperimentazione culturale continua, per uri lungo periodo del dopoguerra. E infine La Stampa, giornale della Fiat ma anche della città, con un'identità torinese talmente inarcata da richiamare l'uno dopo l'altro gli intellettuali dell'azionismo, Mila, Casalegno, Gorresio, Jemolo: e naturalmente Galante Garrone e Norberto Bobbio. Un'impronta culturale forte, quasi materiale. Che gli avversari ideologici hanno avvertito tanto da rovesciarla in un atto d'accusa: quell'invettiva contro il "gramsciazionismo" torinese, considerato due volte colpevole perché troppo severo a destra, nel suo antifascismo, troppo debole a sinistra, nei rapporti con il comunismo. Bobbio riassumeva i caratteri interi di questa vicenda culturale e politica. Dunque divenne facilmente un idolo rovesciato, un monumento da abbattere, un bersaglio polemico permanente. Per i suoi critici non contava nulla la vecchia polemica bobbiana con Togliatti, la sua critica al Berlinguer trionfante ma prigioniero degli ossimori («un partito conservatore e rivoluzionario») e dell'incapacità di rompere davvero con il comunismo e con l'Urss (la terza via non esiste, lo ammoniva Bobbio, è un'altra fuga irresponsabile, la sinistra o è comunista o è socialdemocratica), la sua scelta di non essere mai né comunista ne anticomunista, la sua presenza sul palco socialista del congresso di Craxi a Torino, nel 1978. No, per i revisionisti che anticipavano l'onda d'urto della destra, contava solo il magistero di Bobbio da contrastare ad ogni costo, il suo tentativo di coniugare il metodo e i valori liberali con la sinistra italiana, quasi un sacrilegio. Così negli ultimi quindici anni il professore ha assistito stupefatto al dispiegarsi dì una magnifica ossessione ideologica contro il suo pensiero, la sua biografia, la sua persona. «Non mi spiego perché - ripeteva qualche tempo fa - ma negli ultimi anni ho ricevuto più attacchi che in tutta la mia vita. Eppure la mia è una storia di fallimenti politici e di delusioni: ho creduto nel partito d'azione, nell'unificazione socialista, in una sinistra finalmente moderna, europea e occidentale». Nell'azionismo residuale, salvato nella sua testimonianza fino ad oggi almeno, ci dev'essere davvero qualcosa di formidabile se due grandi vecchi come Bobbio e Galante Garrone sono stati per anni e anni, alla fine della loro vita, il bersaglio della polemica e dell'intolleranza politica di tutte le destre italiane, militanti e camuffate. La ragione è ideologica, nient'affatto culturale. L'azionismo infatti è la pietra angolare che è stato necessario divellere e spostare per consentire il cambio di egemonia culurale avviato in questi anni, l'inizio di una nuova stagione, la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la nostra democrazia per cinquant'anni: un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne derivano, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione. Per raggiungere questo obiettivo - tutto politico, e ideologico - era necessario attaccare direttamente tre punti fermi della cultura civile repubblicana: l'antifascismo, l'azionismo, il Risorgimento. Inevitabilmente, il centro del bersaglio per le ragioni già dette diventava il "gramsciazionismo" torinese. E Bobbio, per il suo peso nel dibattito politico e culturale della sinistra, si trasformava nel gran sacerdote di una cultura da abbattere. Lui, pericoloso due volte per i suoi avversari: perché non portava hi sé il peccato originale del comunismo, come la parte più grande della sinistra italiana, e perché non sceglieva l'anticomunismo, come i suoi avversari. Anzi, nello specifico del caso italiano Bobbio rifiutava l'equidistanza tra fascismo e comunismo: «In questi ultimi anni di revisionismo storico - ha scritto il filosofo - mi accade di constatare che il rifiuto dell'antifascismo in nome dell'anticomunismo ha finito spesso di condurre a un'altra forma di equidistanza che io considero abominevole: tra fascismo e antifascismo». Bobbio vedeva quanto sarebbe accaduto più tardi, e che oggi abbiamo davanti agli occhi. Devo dire che probabilmente sbagliava nel non riconoscere un valore di democrazia all'anticomunismo, perché una delle colpe storiche della sinistra italiana, per usare le parole di Martin Arnis, è di aver lottato contro la verità sul comunismo, di aver creduto che «la verità poteva essere posticipata». Ma aveva ragione nel giudicare la miseria di questa destra italiana e dei suoi intellettuali, che nemmeno quando diventano uomini di Stato sono capaci di farsi carico della tradizione antifascista italiana, trasformandola in una religione civile finalmente condivisa di riconquista della democrazia e di fondazione della legittimità repubblicana. Eppure è qui l'ultima ragione della polemica contro Bobbio e contro l'azionismo. Da anni è in corso infatti il tentativo di relativizzare il fascismo, riducendolo a una sorta di debolezza nazionale, di cedimento italico, di vizio collettivo, La rivelazione della lettera di supplica al Duce firmata da Bobbio in gioventù è diventata un banchetto politico, ideologico, morale per tutti i suoi avversari. Il filosofo davanti a quella lettera nascosta per anni e infine riapparsa ha fatto amaramente e pubblicamente i conti con la sua vita, con quel vecchio cedimento e con l'errore di non parlarne mai, con la "zona grigia" in cui come tanti ha vissuto immerso in quegli anni. Gli altri, hanno rovesciato la figura di Bobbio nel suo contrario, hanno tentato di annullare la testimonianza di una vita per quell'errore iniziale, hanno soprattutto trovato la conferma della loro visione del fascismo come patrimonio di tutti, salvo pochi fanatici. Bobbio che supplica il Duce diventa per la destra la prova perfetta di un'Italia al peggio, in cui tutti sono uguali nei vizi e le virtù civiche non contano perché lo Stato è un estraneo, se non un nemico da cui guardarsi. Un Paese pronto ad ascoltare l'elogio del malandrino, in cui l'avversario viene schernito i suoi ideali sono messi alla berlina, la delegittimazione è insieme politica, estetica, morale, goliardica, naturalmente personale. È chiaro che per Bobbio era un Paese estraneo. La biologia stava facendo il suo corso, perché il professore era già molto anziano: ma l'ideologia è arrivata prima, è andata in profondo, ha zittito in una polemica forsennata la voce di Bobbio. Ci sarebbero ancora molte cose da capire, tornando dal professore: il carattere anomalo di questa destra italiana, allena ed estranea anche allo Stato che governa; la ricerca infinita di una sinistra senza nome, che tenta di decifrare la sua natura e il suo destino, senza capire - potrebbe spiegarci lui - che il destino dipende soltanto dalla sua natura risolta. Ma non ci sono più risposte. Con Bobbio, gli azionisti se ne vanno in silenzio, da soli, in un'Italia che non li ha mai sopportati. «Visi pallidi», li chiamava Guglielmo Giannini sull'Uomo Qualunque, e Totliatti battezzava Farri «quel fesso». Con Bobbio, la conta sta finendo. E ancora una volta vince una politica che «se trova un Paese gobbo», gli confeziona «un abito da gobbo». Altro che la «democrazia di alto stile» di cui parlava il professore: inascoltato.
la Repubblica
10 Gennaio 2004
La coscienza critica in un paese estraneo
EZ
Ezio Mauro
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
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