FIRENZE «Il mondo va da sé, non c'è bisogno di governarlo». L'eccellenza Giovanni Baldasseroni, ministro di Leopoldo II, le cose della vita le conosceva bene. Firenze è il mondo dell'eccellenza Baldasseroni, una città smaterializzata, levitata in una dimensione che con il reale non ha niente a che spartire. Firenze è la storia stessa, una storia che si calpesta, si tocca, si respira. Firenze incita alla bulimia, come se si potesse far scorta di colori rinascimentali che incendiano il cielo, oppure di forme gotiche e barocche da rilasciare lentamente per affrontare con più slancio la dose quotidiana di brutto che tocca a tutti noi. A Firenze ci si riconcilia con l'arte, la cultura, la bellezza, la storia e perfino con l'italiano, finalmente una lingua madre che scorre senza inciampi. Firenze è troppo densa per essere vissuta quotidianamente. Chi ci vive lo sa talmente bene che per sopravvivere ha imboccato la strada senza ritorno della schizofrenia. I fiorentini ignorano i turisti. Fingono di accorgersi di loro solo, se va bene, quando aprono bocca per mangiare, comprare o chiedere un'informazione. Del resto qui si continua, come da mille anni a questa parte, ad aspirare la e c non l'acca. «L'inglese è una lingua praticamente sconosciuta», ammette lo storico Franco Cardini. La Galleria degli Uffizi, tempio del Rinascimento, luogo simbolo di Firenze e dell'Italia nel mondo, è uno dei testimoni della cesura tra le due Firenze. Alla cassa, un giovanotto sulla sedia girevole guarda nella direzione opposta del visitatore tutto preso da una gradevolissima chiacchierata con altri due ragazzi che stanno insieme con lui dentro la gabbia di vetro, il resto lo da senza guardarti in faccia e senza spostarsi neppure di un millimetro: le monetine piovono nel contenitore di metallo come noccioline tirate a un elefante. Idem qualche metro più avanti, quando una ragazza, anche lei rapita da una conversazione evidentemente ricca di colpi di scena, stacca il biglietto senza neppure incrociare lo sguardo di chi le sta di fronte, il museo non è da meno: diciture dei singoli quadri che risalgono a molti anni addietro, informazioni sommarie sugli artisti (non è segnalata neppure la città natale), un'illuminazione casuale e le opere più prestigiose, come la Venere di Botticelli, coperte da un vetro spesso tre dita e sporco che compromette irrimediabilmente la visione di uno dei capolavori dell'umanità. Firenze, probabilmente, può permetterselo, come può permettersi un traffico automobilistico che stringe il centro storico in una morsa d'acciaio, quasi una corazza medievale che divide la città in due. Chi è dentro le mura è dentro, chi è fuori è fuori. Forse una metafora della città, un segno delle differenze e delle divisioni che le percorrono.. La memoria va alla ricerca di Giorgio la Pira, il sindaco santo, e di don Lorenzo Milani, i protagonisti del cattolicesimo sociale fiorentino. Firenze, più di Roma e Milano, è stato il luogo di fermenti culturali, di reazione a catena, di libertà condivise e trasversali che erano tutt'uno con la sua stessa natura. Perfino O Duce dovette arrendersi all'ostinata sperimentazione di Alessandro Pavolini, il giovanissimo gerarca che per sé e la sua città si prese libertà altrove brutalmente negate. Firenze città cosmopolita, Firenze città di redenzione. I messaggi di pace di La Pira si irradiavano da Piazza della Signoria per i cinque Continenti, più penetranti di quelli lanciati dalle Nazioni Unite; Firenze città della bellezza universale, purezza di forme e di pensiero. La Pira la chiamava «collocazione storica e politica di montagna». E il 15 novembre del '63, in un celebre discorso arringò i consiglieri comunali e la città tutta: «Domando a voi. Ditemi: se cessasse questa funzione politica di città pilota tanto più sul piano interno, quanto su quello internazionale se cessasse questa sua funzione di città della pace, di città mediatrice, di città della convergenza e del colloquio culturale e politico fra Est e Ovest, fra Nord e Sud, di città dell'Onu e della Fao; ditemi francamente e fraternamente con verità: sarebbe questa cessazione un fatto privo di rilievo, privo di risonanza, privo di significato nella prospettiva storica e politica presente dell'Italia e del mondo?». Un retore (La Pira era nato a Pozzallo, in provincia di Ragusa) nella rocca-forte dell'antiretorica? Il sindaco fu accusato di essere un comunista di sacrestia, un marxismo spurio, uno statalista che raccattava elemosine. Lo stesso Don Sturzo lo convocò a Roma per un colloquio chiarificatore. E La Pira gli presentò la cartella clinica della Firenze della metà degli anni 50: 10mila disoccupati, 3mila sfrattati, 17mila libretti di povertà. Firenze è stata la patria dei profeti disarmati. Molti di loro arrivavano da lontano. Arrivava da lontano anche Salvatore Ferragamo, anzi, da lontanissimo: da Borrito, in Campania, suo paese natale, via Boston, San Francisco e Hollywood. Quasi vent'anni in giro per il mondo con un'idea fissa: disegnare e fabbricare scarpe che non fossero oggetti di tortura. Ferragamo fu un innovatore contro tutto e contro tutti: i fratelli che lo volevano calzolaio; gli studi abbandonati da bambino che riprende a San Francisco seguendo lezioni di anatomia e ortopedia; la sua stessa testardaggine che nel bel mezzo della grande crisi del '29 lo spinge a Firenze, la città scelta senza indugi dopo aver visitato Napoli, Torino e Genova. Firenze non fu tenera con lui, ma la possibilità di riscattarsi non gliela negò mai. Alla fine degli anni 30 Salvatore era una celebrità, negli anni 50 un mito in tutto il mondo: da Palazzo Feroni-Spini, un gioiello gotico del 300 che troneggia tra il ponte di Santa Trinità e via de' Tornabuoni (Ferragamo lo acquistò nel '38 per 3,4 milioni di vecchie lire che pagò a rate di 170 mila lire al mese) passarono tutti, da Claretta Petacci a Greta Garbo, da Audrey Hepburn alla regina Elisabetta. Oggi in quel palazzo con il parquet che scricchiola e le tende color pastello morbide come drappi c'è Leonardo, secondo figlio maschio di Salvatore (il primogenito è Ferruccio, presidente del gruppo, l'ultimo, Massimo, responsabile delle attività americane). Leonardo è forse più noto in Finlandia che in Italia: a Pietersaari, 400 chilometri a nord di Helsinki, nel '97 rilevò una delle glorie nautiche d'Europa, quei cantieri Nautor's Swan che i velisti con poca fantasia chiamano le Rolls Royce del mare. A Firenze si occupa delle attività diversificate del gruppo, prime tra tutti gli alberghi (il Continentale, uno dei tre hotel fiorentini dei Ferragamo, si affaccia sul Ponte Vecchio come una nave finalmente approdata nel porto dei desideri). Leonardo è il custode dell'eredità paterna, un custode cauto, prudente ma non per questo meno deciso. «Siamo sempre molto attenti a non sciupare le eredità del passato, noi pretendiamo che pure gli spilli siano prodotti dagli artigiani italiani», dice quasi sottovoce. Firenze è il suo pensiero fisso. È cambiata? «No, è cambiato il mondo attorno a questa città. Firenze dovrebbe prepararsi a governare il proprio futuro, magari cominciando a non subire il turismo. Gli stranieri devono apportare qualcosa in più alla nostra città, non sfruttarla. Discriminazioni? Per carità, le cose belle devono essere ammirate da tutti, ma sentiamo l'esigenza di uno scatto in avanti, di una programmazione che coinvolga gli imprenditori». Ferragamo fa anche autocritica: «Mi rimprovero la timidezza con cui ho avanzato le mie proposte. Ora penso sia arrivato il momento di agire, di chiamare a raccolta tutti i bei nomi dell'imprenditoria fiorentina per istituire un tavolo con l'amministrazione pubblica». I Fratini, i Mazzei, i Ricasoli, i Frescobaldi e gli Antinori sono avvertiti. Trecento metri più avanti di Palazzo Peroni-Spini c'è piazza Antinori, 27 generazioni nel segno della terra e del vino, il marchese Piero, capelli candidi e un eloquio spedito, è l'uomo che nel '71, ai tempi della preistoria del vino, insieme con Giacomo Tachis s'inventò il Tignanello, l'antesignano dei "supertuscan" che poi hanno mietuto successi in tutto il mondo. Oggi sembra naturale, ma erano i tempi in cui gli altri agricoltori blasonati suggerivano agli Antinori di non mettere il loro nome sulle bottiglie di vino. «Non vi vergognate?», dicevano. Loro non si sono mai vergognati, «perché prima di essere venduto il vino doveva piacere a noi». Il marchese Antinori ha proprietà in tutto il mondo: dall'Ungheria alla Napa Valley passando per i 300 ettari di Bolgheri, una tenuta tra la terra e il mare di Marina di Castagneto Carducci, i pini marittimi e le vigne che scivolano verso il Tirreno. Una Toscana lontana anni luce da Firenze. «Già, Firenze», annuisce il marchese. «La nostra città guarda troppo al passato e poco al futuro. Le opere più significative risalgono a cinquanta, sessant'anni fa: la stazione di Santa Maria Novella, lo Stadio Comunale disegnato da Pierluigi Nervi. Poi c'è stato il vuoto. E le periferie, che potevano rappresentare un banco di prova importante, sono state abbandonate a se stesse. Firenze è un marchio conosciuto in tutto il mondo, non si può sprecarlo. Un tavolo tra imprenditori ed enti locali? Perché no?». Piccoli fuochi di dialogo. I tecnocrati della Regione menano giustamente vanto per uno sviluppo economico fondato attorno ai distretti industriali, che si è attorcigliato attorno alla valle dell'Amo senza compromettere il territorio. Poi c'è una rete di servizi sociali efficienti, un tributo a quella miscela di valori cattolici e socialisti che come un collante sono stati un potente elemento di coesione sociale. «Il Nord-Est, sotto il profilo industriale, ha corso molto più di noi, ma a che prezzo?», si chiede Alessandro Cavalieri, capo economista dell'Irpet, l'Istituto regionale di programmazione economica. La Toscana è la regione dei patti e della concertazione a oltranza. «Il sistema pattizio e concertativo è per sua stessa natura conservatore», spiega Cavalieri. Firenze è la copia conforme della Regione. Nel 2003 la città ha elaborato un piano strategico sul modello di Torino, Barcellona e Lione. Un grande progetto di trasformazione urbana ed economica che ha come caratteristica peculiare il coinvolgimento di tutte le forze sociali. Ma basta bussare a uno dei palazzi del potere per cogliere lo stesso disorientamento degli imprenditori. Michele Gesualdi, dal '95 presidente della provincia di Firenze, è uno degli eredi di questa tradizione di cattolicesimo sociale degli anni 60. Lui, insieme con suo fratello, frequentò la scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, il protagonista solitario e ostinato di una rivoluzione pedagogica che rivendicava l'uguaglianza delle opportunità tra ricchi e poveri. Dice Gesualdi: «Tra politica e società civile c'è un diaframma sempre più spesso. La lotta per la supremazia è senza regole, spietata. Pure molti miei colleghi di partito (la Margherita, ndf) fanno politica con la bava alla bocca». Firenze ostenta indifferenza. Altre volte ha finto di estraniarsi dalla sua storia pur manifestando allo stesso tempo la voglia di scandalizzare, di essere presente. Un'ambivalenza che solo le città cariche di storia possono permettersi, un'ambivalenza simile a una transizione che precede una nuova stagione. Firenze, insomma, può scegliere solo quando. Risorgere è una "condanna" scritta nei suoi cromosomi.