NAPOLI. Penuria di fondi e burocrazia macchinosa: questi i problemi che ostacolano il restauro e la riapertura di molte chiese di Napoli secondo monsignor Ugo Dovere, vicario episcopale per la Cultura. Vi sono molte chiese a Napoli, chiuse perché inagibili dal dopo terremoto o abbandonate al degrado. Chi è responsabile della loro gestione? «Il problema di partenza è quello delle proprietà. Ci sono circa 50 chiese di proprietà del Fec, il fondo edifici di culto del Ministero degli Interni, altre 30 fanno capo al demanio e numerose altre ad Arciconfraternite ed enti giurisdizionali ecclesiastici. Il restauro e la manutenzione di tali edifici dipende dall'ente proprietario, che dovrebbe stanziare fondi ad hoc, con il contributo anche degli enti pubblici. Purtroppo i proprietari non statali sono spesso disincentivati dall'eseguire tali opere, perché difficilmente ricevono il rimborso previsto in questi casi dallo Stato, rimborso che potrebbe arrivare al 40 del totale investito». Qual è il ruolo della Soprintendenza? «La Soprintendenza gestisce i fondi del Ministero e del demanio, per lo più per gli edifici monumentali. Il problema degli ultimi anni è la decurtazione di tali fondi per le opere di restauro, per cui si è costretti a procedere per lotti, con una programmazione stabilita anno per anno. Questo comporta ovviamente anche una dilatazione dei tempi: la chiesa di Sant'Agostino alla Zecca, ad esempio, di proprietà del Fec e chiusa dal dopo terremoto, non vede ancora il termine dei lavori proprio per la tempistica lunga di lottizzazione». Molte chiese però, non sono coinvolte in piani di restauro. «La questione a tale proposito è di priorità: si tende a dare precedenza a complessi che, per l'elevato numero di visitatori, richiedono ogni anno attività di manutenzione, come il monastero di Santa Chiara o la chiesa del Gesù nuovo. Le strutture non coinvolte sono quelle che hanno una minore rilevanza artistico-architettonica, o site in zone degradate». Non sarebbe interessante allora partire dalla riqualifica di tali strutture per contribuire alla rinascita delle zone coinvolte? «Alcune operazioni di questo tipo sono state portate a termine, ma purtroppo non hanno sortito l'effetto sperato. La chiesa di Sant'Agrippino a Forcella ne è un esempio: restaurata, viene continuamente imbrattata con spray colorati e ostruita all'ingresso da bancarelle». In altre grandi città si ricorre anche al contributo di privati. «A Napoli non c'è una ricca imprenditoria disposta a sponsorizzare opere di questo tipo. Di solito in cambio di finanziamenti le imprese richiedono visibilità con l'utilizzo di megatabelloni pubblicitari sulle facciate da restaurare. A Napoli, molte volte, la collocazione degli edifici non rende conveniente questa pratica».
Intervista al vicario episcopale di Napoli: Mancano finanziamenti
Monsignor Ugo Dovere, vicario episcopale per la Cultura, lamenta i problemi di restauro e riapertura di molte chiese di Napoli a causa di penuria di fondi e burocrazia. Le proprietà delle chiese sono gestite da vari enti, tra cui il Fec, il demanio e le Arciconfraternite, e il restauro dipende dall'ente proprietario. I proprietari non statali sono spesso disincentivati a eseguire i lavori a causa del rimborso limitato dallo Stato. La Soprintendenza gestisce i fondi, ma la decurtazione di fondi per gli opere di restauro ha portato a una dilatazione dei tempi.
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