BRUXELLES. Un epilogo facilmente prevedibile: l'Italia finisce sul banco degli imputati, davanti alla Corte di Giustizia Ue del Lussemburgo, per il discusso investimento immobiliare nella pineta di Is Arenas. La Commissione Europea ha infatti deciso in questi giorni di processare il nostro Paese per non aver rispettato la direttiva Habitat 2000, consentendo alle ruspe e alle betoniere di ferire un Sito di interesse comunitario. Cioé un'area di grande valore ambientale protetta da rigidi vincoli di tutela. La storia infinita di Is Arenas è arrivata a una svolta all'inizio di quest'anno. Dopo una serie di richiami e messe in mora, si era arrivati all'apertura di una procedura di infrazione e il 27 febbraio scorso la Commissione europea ha inviato a Roma un parere motivato complementare. In parole povere, il governo italiano avrebbe dovuto fornire in tempi strettissimi risposte molto convincenti per giustificare quanto è accaduto sulle dune boscate di Narbolia. Un compito però impossibile perché, senza attivare la procedura di valutazione di impatto ambientale, la società Is Arenas srl ha cominciato a realizzare il suo sogno di cemento. Un progetto che, inizialmente prevedeva la costruzione di oltre 220 mila metri cubi tra alberghi e villini. Quasi sicuramente saranno comminate pesanti sanzioni pecuniarie che, per un incredibile paradosso, ricadranno sulla Regione e, quindi, su tutta la comunità sarda. Questo perché il governo rovescerà le responsabilità sull'amministrazione che per prima avrebbe dovuto vigilare sul Sic. Cioé proprio la Regione Sardegna. L'incredibile incongruenza di questa storia intricata è che il primo responsabile dell'infrazione delle regole comunitarie, cioé la società Is Arenas srl, non sborserà un centesimo e continuerà invece a macinare soldi con il suo investimento immobiliare. Ma non basta. C'è un altro paradosso: la Regione rischia di trovarsi coinvolta in un'eventuale procedura di responsabilità per un danno causato all'erario. La Is Arenas srl dice di avere tutte le carte in regola e di essere in possesso delle concessioni edilizie. E questo è vero. Il problema è che forma e sostanza in questa storia non sempre coincidono. Il presupposto della legittimazione a costruire è in un accordo di programma del 1997, che si basava sulla vecchia normativa di pianificazione urbanistica regionale. Ebbene, tredici dei quattordici piani paesaggistici sono stati cancellati dal Consiglio di Stato e dal Tar Sardegna perché non in armonia con le norme generali di tutela ambientale. L'unico a sopravvivere è stato proprio quello nel quale si trova la pineta di Narbolia. «Questione formale - è stato detto - perché non c'era la legittimazione a ricorrere». I ricorsi presentati dagli ambientalisti erano ovviamente dei ricorsi-fotocopia, perché tutti fondati sull'identico presupposto. Ma proprio nel fascicolo di quello dell'Oristanese non si trovò il documento che certificava che Bruno Caria era il responsabile della sezione sarda degli Amici della Terra. Così l'accordo di programma del'97 è restato valido, nonostante gli organi di giustizia amministrativa abbiano riconosciuto che si basa su un presupposto di illegittimità. E infine la mancata attivazione della procedura di incidenza ambientale nonostante si parli di un Sic. L'ufficio Sivea della Regione, durante il governo di centrodestra, disse che non era necessaria. Gli ambientalisti presentarono allora un ricorso straordinario al presidente della Repubblica che, sentito il Consiglio di Stato, lo respinse. Anche qui una stranezza: gli ambientalisti attendono da quattro anni una risposta per poter ricorrere in Cassazione. La notifica del decreto non è mai stata fatta agli ambientalisti, cioé agli aventi diritto. Ma quel decreto ce l'ha invece in mano la Is Arenas srl fin dal maggio 2005 e l'ha utilizzato per avere le concessioni edilizie dal Comune di Narbolia.