Antichi reperti sorprendenti pitture e persino un precursore del "Quarto Stato" Si sente parlare tanto di paesaggio italiano ma si fa di tutto per degradarlo. Cè però anche un luogo dove il paesaggio è rispettato, studiato, amato e offerto alla pubblica ragione al punto da farne oggetto di un museo. E non si tratta di una trovata dellultimo minuto, bensì di uniniziativa pionieristica che data quasi centanni. È il Museo del Paesaggio di Verbania. Antonio Massara, raffinato e sensibile letterato novarese, giunse infatti sul lago Maggiore nel 1904 ed ebbe subito a dire: «In nessuna età come la nostra, inquieta e variabile, si è sentita più profondamente la misteriosa affinità che lega lanima umana al paesaggio». Da questa consapevolezza, unita alla percezione della fragilità di un patrimonio già allora minacciato dal brulicante turismo, dallindustria e dalla speculazione edilizia, il Massara, convinto che la difesa del paesaggio debba scaturire non dalla rigida autorità delle leggi, bensì da una diffusa presa di coscienza della popolazione, avviò unopera di sensibilizzazione e divulgazione che portò, nel 1909, alla costituzione del "Museo Storico e Artistico del Verbano e delle Valli adiacenti", poi denominato nel 1914 Museo del Paesaggio. Ecco che nel prestigioso palazzo Viani-Dugnani cominciarono ad affluire opere di pittori e scultori contemporanei, reperti archeologici e oggetti della religiosità popolare che in centanni si sono accresciuti grazie a donazioni e lasciti. La sezione archeologica offre un efficace spaccato della vita degli insediamenti preromani di Ornavasso, piccola comunità di Leponti che attraverso i variegati corredi tombali rendono conto delle eccezionali capacità di lavorazione del bronzo e della ceramica di oltre due millenni fa. Ma è senzaltro la sezione pittorica a esprimere il meglio della concezione del paesaggio lacustre e montano del Verbano-Ossola. Le grandiose vedute del Monte Rosa e della cascata del Toce di Federico Ashton, la pace di un pomeriggio estivo di fine Ottocento tra i castagneti di Stresa, nella tela interpretata da Guido Baggiani, le livide acque glaciali del lago svizzero di Märjelen per la mano di Carlo Cressini, maestro dellalta montagna insieme a Guido Ricci con il quieto Pascolo alpestre. Davanti ai minutissimi dettagli dei paesaggi lacustri di Luigi Litta ci si starebbe ore, nubi vaporose, case, navigli e perfino i volti miniaturizzati tutti con diverse espressioni: cartoline dal passato. E poi tre eccellenti vedute invernali quasi divisioniste di Cesare Maggi, cui fa pendant unalba innevata di Guido Cinotti e un gaio scorcio estivo di pianura lombarda con pioppi e fontanili di Eugenio Gignous. Ma dove la sorpresa giunge al suo apice è nella sala dedicata ad Arnaldo Ferraguti: a tutta parete, sei metri e mezzo per quasi tre, ecco Alla vanga del 1890. Una trentina di braccianti colti in primo piano sulla terra smossa, incitati dal caporale, una plasticità e una coralità di gesti che ricordano il più celebre Quarto stato di Pellizza da Volpedo, che però è più piccolo di un metro e successivo di dieci anni e per certi versi conseguente anche nella storicità dei fatti: loppressione nella tela del Ferraguti, il riscatto in quella di Pellizza. Ma chi avrebbe mai detto di trovarsi di fronte a un tale capolavoro in questo piccolo museo E non meno significativa è Aratura a Miazzina di Achille Tominetti: tre figure, un uomo conduce laratro, due donne lo tirano. Cè tutta la miseria dellagricoltura marginale di un passato nemmeno troppo remoto. Ma lera del carbone avanza ormai con le vaporiere sbuffanti, il panorama cambia, i cieli si ingrigiscono, le forme divengono spigolose ed essenziali, niente più romanticismo, è il tetro Paesaggio invernale del 1930 di Siro Penagini. Se è vero che le rive del lago Maggiore regalano ancora alcuni degli angoli più gradevoli del Piemonte, è anche vero che oggigiorno le oasi di bellezza sono sempre meno e loffesa alla vista è ormai dilagante, tra capannoni, pannelli pubblicitari e svincoli stradali. Per questo un tuffo di un paio dore a palazzo Viani-Dugnani può servire a chi già apprezza il bel paesaggio a ritemprare lo spirito ma soprattutto servirebbe ai molti che quotidianamente lo distruggono a comprenderlo e a rispettarlo, come era nei nobili auspici di Antonio Massara.