I mattoni li faceva uno a uno, da solo, nello spiazzo dietro la moschea, dentro le mura della cittadella deserta. Da vent'anni, ne aveva 75 quando l'ho incontrato nel luglio scorso, Ostàd Alì, come dire Mastro Alì, impastava lentamente l'argilla con acqua, la versava negli stampi quadrati che si costruiva inchiodando quattro assi, poi sfilava il legno e lasciava cuocere al sole: il giorno appresso li lisciava con la mano e li impilava lì accanto. L'antica Bam la stavano restaurando, da due decenni appunto, con quei suoi mattoni di 25 centimetri per 4 d'altezza: due o tre case l'anno, un portico, le due moschee, la scuola coranica, le crepe dei bastioni esterni e delle mura interne, in un lavorìo quotidiano un po' dove il vento e la sabbia più avevano eroso e un po' dov'era più agevole intervenire. Ripristino continuo più che restauro filologico, perché nella cultura islamica il passato è presente e non c'è nessun bisogno di segnare netta la distanza tra l'uno e l'altro: come a Isfahan rifanno ogni vent'anni, uno spicchio l'anno, le cupole a mosaico delle antiche moschee, così a Bam, se un muro crollava, semplicemente lo rifacevano, tanto le tecniche sono le stesse di mille anni fa, e uguale è l'argilla. Per questo la cittadella aveva resistito a tutto, invasioni e spietate occupazioni dall'Afghanistan nel 1722 e da Shiraz nel 1810, esodi e ripopolamento, desertificazione, definitivo abbandono 73 anni fa anche della guarnigione militare, poi anche all'industrializzazione della città nuova sorta a un chilometro dalla fortezza: con le sue abitazioni a due piani e intorno estesi appezzamenti pieni di palme da dattero, gli scheletri di ferro delle case in costruzione, la Kerman Khodro che produceva pezzi d'auto per Volkswagen e Daewoo, gli stabilimenti di bombole di gas, cartone, formaggio e lavorazione dei datteri, il rosario di banche nella sola via Pasdaran, l'hotel di Stato a quattro stelle semideserto senza più un turista straniero dopo l'11 settembre. E con i suoi centomila abitanti il cui peggior problema, regime a parte, era fino a quindici giorni fa l'alto tasso di divorzio: perché, ti spiegavano, dall'Afghanistan arriva una montagna di oppio, lavoro non ce n'è, i giovani si perdono e le famiglie si spaccano. Finché, la notte fra il 25 e il 26 dicembre, una scossa inaspettata e violentissima, magnitudo 6,7 della scala Richter, ha squarciato la terra, le case, gli scheletri di ferro. Ha sepolto 50 mila persone e lasciato alle altre la scelta tra una tenda e la fuga. E ha sbriciolato Arg-é-Bam, la cittadella sull'orlo del deserto, patrimonio dell'umanità per l'Unesco, quella che Mastro Alì rattoppava da vent'anni. Era già successo una volta, ma era per finta. Nel '74, quando Valerio Zurlini girò qui "II deserto dei tartari" dal romanzo di Dino Buzzati, spezzoni del quale abbiamo rivisto nei tg del disastro: meno di un chilometro a nord della fortezza, a ridosso della "casa del ghiaccio" dove d'inverno s'accatastava la neve come scorta d'acqua per l'estate, il regista aveva fatto costruire una Bam in miniatura per riprenderne la distruzione, ultime scene del film. Ora la distruzione è reale. E per capire quali difficoltà siano in agguato dietro le repentine assicurazioni del governo iraniano che Bam sarà ricostruita com'era, ci volessero anche decenni, non basta stendere una mappa, segnare le 38 torri delle mura esterne, i percorsi delle tre fila di mura interne concentriche, la planimetria delle 500 case che ospitavano un tempo settemila abitanti, i dislivelli nella rocca militare che un cortile dopo l'altro scandivano la salita dalle stalle per trecento cavalli agli alloggi della guarnigione su fino alla residenza del comandante. Bisogna invece immaginare di toccare quei muri, quell'argilla mista a paglia con cui erano rivestiti i mattoni per mantenere il fresco d'estate e il caldo d'inverno, ripensare al sistema dei pozzi e dei canali artificiali sotterranei detti "qanàt" che giustificavano nelle case la disposizione delle stanze, sapere che persino una città morta è un sistema acustico dove l'eco nella corte della guarnigione funzionava come megafono. Fino a quando, 73 anni fa, Reza Khan padre dell'ultimo shah Reza Pahlavi ritirò le residue truppe, ormai inutili. Che da fuori Arg-é-Bam fosse come un castello di sabbia non è un modo di dire: colore, proporzioni, screpolature erano uguali, e sembravano scavati con le dita, per gioco dal figlio di un gigante, anche il fossato tutt'attorno, ormai secco, e i merli delle mura, in certi tratti alte anche 18 metri e larghe 6. Una volta dentro potevi perderti: era una città, non un percorso turistico. Diritto a te stava ciò che rimaneva del bazar, a sinistra i bagni pubblici e attaccata la più piccola delle due moschee. Ma altro era lo spazio dei veri grandi affari, quelli che fecero la ricchezza di Bam dal Duecento quando di qui transitò Marco Polo fino alla dinastia Safavide fra il Cinquecento e il primo Settecento: subito sotto la roccaforte militare, e controllabile a occhio nudo dal governatore, il mercato degli ebrei. Compravano sete, stoffe, scarpe di tessuto chiamate "ghive", henné per tingere, che vendevano in India, Cina e verso sud in Egitto, scambiando con oro e gioielli. Fino al sisma, era questo uno degli spazi meglio conservati. Se invece voltavi a destra trovavi il complesso di Mirza Naim, conservato quanto bastava per farti un'idea dei moduli architettonici locali e del tipo di vita che vi corrispondeva. La sua scuola coranica era una delle poche porte chiuse con un catenaccio in tutta la cittadella, sull'anta destra batacchio oblungo dal suono basso se ad annunciarsi era un uomo, sull'anta sinistra batacchio tondo e suono più alto se a bussare era una donna. Accanto stava la sua casa: ingresso per i cavalli, annessa l'ampia stalla, in faccia la sala d'aspetto ottagonale con accesso al bagno dotato d'acqua calda, quindi la residenza padronale, dove Mirza accoglieva gli ospiti, all'aperto d'estate e al chiuso d'inverno. Era intatto, e bellissimo con i suoi 28 fori come ricamati, il "badghir", l'alta torre che, secondo una tipologia diffusa solo in questa parte d'Iran e ormai abbandonata, cattura venti e brezze del deserto, li convoglia su un pozzo d'acqua, rinfresca ogni stanza meglio di qualunque sistema di aria condizionata. Ultime tracce, ora perdute anch'esse, di un mondo perduto già prima: come la stanza dello "zurkhané", oggi una specie di boxe, un tempo un rito calibrato sul canto di un uomo e lo scontro di altri due armati di bastone. La vicina moschea Jamé, quella grande, molte volte ricostruita da quando intorno al Mille era un "tempio del fuoco" degli zoroastriani, racconta invece di come non si debba intervenire in complessi come questo: 45 anni or sono decisero di restaurarla, e tirarono su muri di calce bianca poi insozzati dal tempo e dal vento. Era un pugno nell'occhio, quell'unico ingombrante vecchio falso nei sei chilometri quadrati di antiche rovine continuamente ritoccate con discrezione: avevano appena cominciato a ripristinarla con i mattoni di Ostàd Ali, ma ormai anche questa è storia sepolta. La fortezza militare è parzialmente ancora in piedi, anche se non è certo fino a quando, né quanto si potrà salvare dell'originale. Le travi sono le stesse del resto della cittadella, legno di piante da datteri, ma i mattoni sono, in alcune parti, blocchi quadrati di 45 centimetri alti 13, secondo una misura definita 18 secoli fa dai Parti e tale rimasta mentre intorno cambiavano religione, popolazioni, merci, invasori. E qui, nella fortezza, incontravi l'unico squarcio di vita presente, a parte Alì, i guardiani e i rari turisti quasi tutti iraniani che vi si avventuravano nel tardo pomeriggio quando il sole smetteva di cuocere teste e mattoni: la casa da tè di Effat Fallah, madre curda e padre turco, prima della rivoluzione khomeinista docente di letteratura all'università di Teheran, vedova da anni, inglese fluente, il vizio di accendere una sigaretta dopo l'altra, in testa un velo mal sopportato. Quando si rintanò a Bam, dove il marito ingegnere aveva famiglia e piante di datteri, furono le nuove autorità a dirle che doveva aprire la casa da tè: lei obbedì, orario a parte non era una cattiva idea, in fondo. Pagava l'affitto e il salario a una ragazza taciturna e sorridente che faceva la cameriera a mezzo tempo. Erano due stanze basse, un po' stracariche di oggetti, dove mangiavi ottime melanzane col "khash", yogurt cotto fatto da lei, altro yogurt con datteri o pistacchi, e i biscotti "kolompé", fuori pasta allo zafferano e dentro, naturalmente, datteri. Non so se Effat Fallah sia viva o meno. So che lei sì, middle class colta e liberal, sopravviveva a se stessa e a ciò che le succedeva intorno: la rivoluzione islamica, lo strapotere dei pasdaran, le imposizioni, i divieti, i ragazzi mandati a morire in otto anni di guerra contro l'Iraq i cui volti dipinti istoriavano i muri della nuova Bam come di ogni città e villaggio d'Iran. Lei sì, come la cittadella di Bam di cui era l'unica affittuaria, era una sopravvissuta. Altro che il tenente Drogo di Buzzati e Zurlini.
L'Espresso
9 Gennaio 2004
Bam il deserto d'argilla
RO
Roberto Di Caro
L'Espresso
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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