Come si ricostruisce un miraggio? Perché questo era Barn, la cittadella rossa di fango, pietre, tronchi di palma e paglia, al centro del deserto di Dasht- e - Kavir. Fondata 15 secoli fa dai Sassanidi, e ricostruita nel Seicento, fu descritta già da Marco Polo come «una visione» nella via della Seta. I musulmani ne fecero un luogo sacro, Zurlini un set per Il deserto dei Tartari, l'Unesco una delle sue «cattedrali». E allora, in che modo intervenire dopo il terremoto che ha raso al suolo la fortezza, le 28 torri, la cinta muraria? Come già avvenuto per i beni culturali di Bagdad. la comunità internazionale sembra decisa ad affidare agli italiani il compito di guidare la ricostruzione. E un ruolo di rilievo, è probabile, toccherà ai fiorentini dell'Opificio delle pietre dure. «Niente è definitivo ci dice Cristina Acidini soprintendente dell'Opificio però ci sono voci in questa direzione» Come agireste? «Col massimo rispetto delle autorità locali. In certi casi ci mettiamo a disposizione, niente più.» Va bene, ma da dove si comincia in questi casi? «Va chiarito se vogliamo ricostruire tutto com'era e dov'era. Se, come credo, prevale questa linea, almeno per quanto riguarda la Fortezza, allora anche la rimozione delle macerie è delicatissima. Un lavoro da archeologi.» In che senso? «Si pensi al crollo della basilica di Assisi dopo il terremoto del '97. Dalle macerie furono recuperati mosaici e affreschi. Per questo, la decisione se recuperare o meno l'immagine di Barn è prioritaria.» E poi? «Serve la documentazione più ampia e precisa possibile degli edifici prima del sisma. Anche ricorrendo alle foto da satellite. Quando tutto è documentato, va scelto se ricostruire con sistemi antisismici o meno.» Come è possibile in una struttura di fango? «Se l'obiettivo è l'immagine, le strutture interne possono essere antisismiche e il fango e la pietra una sorta di pelle». Il presidente iraniano promette di ricostruire in due anni. E' possibile? «Credo di no. Ma lui deve incoraggiare la sua gente.» Perché gli italiani possono essere più utili di altri? «Perché le nostre missioni lavorano nella zona da sempre. Conoscono i luoghi e i materiali. Si pensi al lavoro per i castelli crociati di Giordania e Siria dal gruppo del profes-sor Guido Vannini.» E l'Opificio in particolare? «Il nostro laboratorio scientifico, il dipartimento di materiali lapidei e quello che studia e restaura i materiali ceramici plastici sarebbero utilissimi. Recentemente hanno già operato negli scavi della vicina Urkesh.» Siete già stati contattati dal nostro ministero dei Beni culturali? «Non in modo ufficiale. Prima, ripeto, occorre che gli iraniani e i rappresentanti dell'Unesco prendano le decisioni di fondo su come ricostruire».