Ludovico Solima sarà domani a Bari (alle 17 al Fortino SantAntonio) ospite delliniziativa promossa da Città Plurale e dal Cidi sul tema Bari, quale museo archeologico? Ludovico Solima insegna Economia e gestione dei Beni culturali nella seconda Università di Napoli e risponderà alle domande, alle richieste e ai dilemmi proposti da Michele Laforgia e Clelia lacobone (Città Plurale), soprattutto sugli aspetti tecnici e gestionali della istituzione (o ricostituzione) di un museo. A confronto diretto con Vincenzo Divella, il presidente dellAmministrazione provinciale di Bari, laltro protagonista della giornata di domani, dal quale il «popolo dellarcheologia» cioè i ricercatori, gli studenti, gli appassionati, gli insegnanti - si aspettano qualcosa dì più dettagliato, dopo lannuncio, tre mesi fa, che ci si muoveva verso la nascita di una Fondazione (o qualcosa del genere) per gestire il futuro museo archeologico. Di queste faccende Solima è un esperto. Ricordiamo tra i suoi studi più recenti I musei e le imprese (Electa Napoli ed.), Il pubblico dei musei (Gangemi ed.), ma soprattutto consigliamo di leggere il saggio La gestione imprenditoriale dei musei, pubblicato da Cedam dieci anni fa. Così ritorna in primo piano il nodo della gestione scientifica e manageriale del museo: la deludente conclusione del concorso internazionale di progettazione per restaurare il complesso monastico e di Santa Scolastica e trasformarlo in sede del museo archeologico, ha finito per concentrare lattenzione sullarchitettura. Con tutti i pregiudizi accessori quando si consideri larchitettura - bene che vada come un valore aggiunto dellimmobile edilizio. Per alcuni, lopera darchitettura è il contenitore indipendente dal contenuto. In questa banalizzazione del tema incorrono volentieri gli archeologi, e con loro il «popolo dellarcheologia», quando si dice: bello o brutto che sia, non importa, purché si apra finalmente il museo. E un miope atteggiamento, speculare a quello di certi architetti che discutono con impeto di strategie del restauro, di spazialità ed equilibricompositivi, con la solita litania «dei pieni e dei vuoti», nel migliore dei casi di relazioni urbane, di rispetto del centro storico. Ma non si occupano sul serio del progetto museografico, come se fosse indifferente privilegiare le estimonianze dei Peuceti piuttosto che i reperti degli lapigi, come se il carattere, lidentità del museo e la sua relazione con il sistema dei musei e delle aree archeologiche della Puglia non dipendessero da scelte museografiche e non determinassero, al tempo stesso, larchitettura del museo. Se guardiamo da questa prospettiva la faccenda, ci appare chiaro come il pasticciaccio brutto del concorso sia il prodotto inevitabile di una giuria che non è stata allaltezza del compito. Come abbiamo già riferito, il parere decisamente negativo dei comitati tecnici dei ministero dei Beni culturali ha confermato quel che il presidente della giuria Amerigo Restucci aveva detto pubblicamente dopo lannuncio del vincitore: «il progetto di Cesare Mari è una violazione della Carta del Restauro ed è in contrasto con il Piano particolareggiato di Bari vecchia». Queste gravi riserve - ci riferisce Restucci - sono contenute nel «medaglione» cioè nel giudizio descrittivo del progetto scritto prima di passare alle attribuzioni dei punteggi e quindi alla votazione che - incredibilmente, dobbiamo dire a questo punto non ha tenuto in alcun conto la gravità del giudizio precendetemente fatto annotare dallarchitetto Restucci. È chiaro che per altri giurati si trattava di aspetti secondari, ininfluenti di fronte alla «bellezza» del progetto, «assolutamente il solo di pronunciata, verificata qualità», come ha scritto il critico darte e giurato Andrea Emiliani allarchitetto Giovanni Carbonara, presidente del comitato tecnico, nel tentativo di modificarne il responso. Che succederà adesso, dopo la bocciatura? Forse la Direzione regionale dei Beni culturali proporrà alla Provincia modifiche al progetto di Mari e se fossero accettate si potrebbe andare avanti. Ma siccome le variazioni riguardano aspetti sostanziali e addirittura caratterizzanti del progetto, come il famigerato tubo rosso o ancor peggio i duecento metri, più o meno, di «Ponte panoramico», non è escluso un ricorso dei secondi e terzi classificati (rispettivamente Gae Aulenti e Paolo Marconi) che avrebbero tutto il diritto di protestare contro laffidamento di un incarico su un progetto diverso da quello che è stato esaminato dalla giuria. E questo punto la sventurata giuria prende su di sé unulteriore responsabilità, quella di aver messo la città nelle condizioni di fare un passo indietro, rifiutando larchitettura contemporanea nel centro storico non perché siamo dinanzi ad un progetto sbagliato e insostenibile, ma proprio perché è opera contemporanea, «moderna» se non addirittura «post-moderna» come si azzarda a dire lonorevole Pino Pisicchio, con una clamorosa confusione tra stili e movimenti dellarchitettura.