La faccenda della Biennale di Venezia va acquistando connotati sempre più bizzarri: forse oggi il ministro per i Beni culturali Giuliano Urbani avrà il «suo» presidente (gli ultimi chiacchiericci danno in avvicinamento il direttore della scuola nazionale di cinema e sociologo Francesco Alberoni senza però escludere del tutto altri candidati, tra cui Melograni e (Cesare de Michelis), anche se lui lo aveva promesso entro l'Epifania. Rimbalzano intanto altri nomi per la guida della Mostra del cinema (come Marco Mueller), mentre da Venezia arriva una notiziola che può essere rivelatrice dei veri disegni governativi: l'avvocato Luciano Sovena, amministratore delegato dell'Istituto Luce, al Gazzetlino dichiara che la Biennale era il tassello mancante per mettere in unico comparto (di Stato) la mostra, la distribuzione (Circuito cinema), la produzione, Cinecittà e la Scuola nazionale del cinema. Lui è entusiasta, ma per chi ha a cuore l'indipendenza dell'ente, e il suo essere radicata a Venezia, la prospettiva è a dir poco buia. «E' evidente - commenta il parlamentare Ds Andrea Martella - il cinema rappresenta il vero business su cui intendono mettere le mani». A scanso di equivoci il deputato presenterà un'interrogazione per accertarsi dell'infondatezza di un'altra notizia veneziana secondo la quale la Società operativa prevista per servizi vari (biglietti, marketing) per la rassegna cinematografica sarebbe al 40 della Biennale (l'articolo 3 del decreto approvato dalla Commissione cultura della Camera le assegnava almeno il 51), al 40 di Cinecittà e al 20 della Scuola. Fosse vero sarebbe la totale esautorazione. E non sarà vero, ma la prudenza non è mai troppa. Felice Laudadio, critico cinematografico, già direttore della Mostra del cinemia iì Venezia, ex presidente dì Cinecittà, responsabile artistico del festival di Taormina e del Carnevale di Venezia, interviene sulla vicenda della Biennale con una lettera aperta che qui pubblichiamo. Signor Futuro Presidente, quanti nomi singolari hanno fatto nei giorni scorsi un giro veloce sulla giostra mediatica delle nomine veneziane. I migliori candidati hanno però già seccamente declinato la proposta di infilarsi nel ginepraio della Biennale «riformata» (con decreto - perché? - ancora secretato: roba da regime autoritario). Le persone serie, essendo tali, si guardano bene dal voler passare per servi sciocchi agli ordini di un capriccioso ministro della Cultura ormai logorato da se stesso e dalle sue stravaganti trovate. Un ministro che sta facendo a pezzi il suo ministero, che prova a svendere il patrimonio artistico del Paese, che paralizza Cinecittà Holding cui ha attribuito nuovi strabilianti poteri e un amministratore delegato che, finanziere e consigliere d'amministrazione Fininvest (guarda un po'!), è in tutt'altre faccende affaccendato, che sta facendo affondare in laguna la Biennale di Venezia. Il tentativo del ministro di annichilire la storica autonomia del più importante ente italiano di cultura, e fra i più importanti al mondo, è riuscito a provocare una vibrante levata di scudi da parte delle istituzioni e della stampa nazionali e internazionali, del personale, degli autori di cinema italiani e stranieri, di ben sedici sui diciassette da me consultati, pressoché tutti quelli ancora viventi) ex direttori delle varie sezioni della Biennale, e perfino dei suoi sodali di partito quali il governatore della legione del Veneto e il presidente della Commissione Cultura della Camera. Non l'Unità ma un intellettuale di destra, Valerio Riva, consigliere dell'Ente, ha dichiarato ieri: «Siamo in una fase di confusione e di vergognoso, se non cinico dilettantismo: mi sembra che si stia mandando all'aria la Biennale». Che, per Sua sfortuna, toccherà ora a Lei presiedere. Non conosco le ragioni che La indurranno ad accettare quest'incarico, tanto impegnativo quanto malissimo retribuito. Voglio credere quindi che lo farà per spirito di servizio verso la cultura di questo anormale Paese e ciò La fa giustamente sentire autorevole quanto influente. Il che dovrebbe consentirLe di essere anche molto autonomo e indipendente dal potere politico, anche da quello che L'ha nominato. Sono riusciti ad esserlo il CdA uscente e il Suo presidente anche se poi Franco Bemabé l'ha pagata cara facendosi sfiduciare dallo stesso ministro che l'aveva nominato un paio d'anni fa perché s'era messo in testa di confermare autonomamente alla guida della Mostra del cinema quel Moritz de Hadeln che l'aveva ben diretta nei due anni passati ma che aveva il torto d'essere sgradito al ministro. Ecco un primo, eccellente banco di prova per riaffermare senza ombre e sospetti l'autonomia della Biennale e la libertà di pensiero e di azione Sua e dei consiglieri che faranno parte del nuovo Consiglio direttivo: riconfermare, preferibilmente all'unanimità, de Hadeln alla testa della Mostra e non come consulente per tre mesi (un pasticciacelo imbastito tanto per andare avanti e non soggiacere del tutto ai diktat del ministro) ma come direttore per quattro anni. E' un Suo diritto-dovere, giacché tocca per statuto al CdA nominare i direttori di settore, e non certo al ministro. Altrimenti che ci sta a fare un CdA? E stia tranquillo: crede davvero che questo ministro (per quanto vendicativo egli possa essere, e sappiamo che lo è: m'aspetto conseguenze disastrose per i festival che dirigo) oserebbe nuovamente contestare la scelta di de Hadeln da Lei nominato? Sarebbe un tuffo nell'abisso del ridicolo, col mondo che già da tempo ride e che ora sghignazzerebbe. Veda, presidente, nessuno vuole imporre nomine da Lei e dai consiglieri non condivise. Ma è un fatto che mentre il festival di Venezia deperisce di anno in anno, i suoi diretti concorrenti si rafforzano sempre più. E' vero che Cannes dispone di mezzi economici molto superiori a quelli di Venezia, ma è vero anche che alla sua testa, prima da direttore (per oltre 20 anni) ora da presidente, c'è sempre lo stesso uomo, Gilles Jacob, un tecnico, rimasto al suo posto con tutti i governi che si sono succeduti in Francia, di destra o di sinistra. E' cosi che Cannes ha soppiantato Venezia. E lo stesso è successo a Berlino, divenuto un festivai importantissimo proprio sotto la direzione ultraventennale di de Hadeln, un altro tecnico. La stabilità e la competenza specifica di un direttore sono requisiti essenziali per dar forza e continuità progettuale ad un festival, soprattutto se del prestigio di quello veneziano. Lei e i Suoi consiglieri potreste obiettare ancora: ma vorremmo riandare a un italiano la direzione della Mostra, visto che molti bravi tecnici ci sono anche da noi. Vero, anzi verissimo. Ma allora il nuovo CdA faccia la sola cosa corretta, ragionevole e trasparente che, in questo frangente, lo possa garantire da ogni rischio di interessata ingerenza da parte del potere politico. Per i sei settori di cui l'Ente si occupa - Architettura, Arti Visive, Cinema, Danza, Musica, Teatro - vengano lanciati in successione altrettanti bandi di selezione basati su titoli e curricula: chiunque ritenga di possedere quegli indispensabili requisiti di professionalità necessari a ricoprire il delicatissimo ruolo di direttore di settore si faccia avanti. Incompetenti e mitomani astenersi. In tal modo il CdA potrà liberamente scegliere sulla base delle caratteristiche culturali, delle capacità organizzative e della storia professionale dei candidati e non della loro appartenenza a questo o quello schieramento politico o, ancor peggio, sull'onda dei melliflui «suggerimenti» di un ministro capace di imporre, pur di dividere il fronte dei suoi oppositori, qualche collaborativo aspirante «di sinistra». Se ne trovano sempre. E forse se ne sono già trovati. E non tutti hanno la dignità di Irene Bignardi, direttore del festival di Locarno citata come possibile candidata, immediatamente dichiaratasi indisponibile a «vendersi a qualsiasi bandiera». Una trasparente e autonoma scelta di qualità da parte del CdA - che per Lei e i Suoi colleghi sarebbe un inizio eccellente - garantirebbe la qualità degli eventi e la stessa tranquillità dei consiglieri della Biennale, la cui autonomia verrebbe così salvaguardata. Non ho esitazioni nel prevedere che in questo caso alcuni «tecnici», bravi direttori di festival non particolarmente cari al titolare del Dicastero, se così garantiti nella loro autonomia e indipendenza, si metterebbero in corsa senza doversi vergognare di passare per «collaborazionisti» imposti dal ministro e accoglierebbero con stima quel candidato che, ritenuto il migliore, venisse liberamente, autonomamente, pubblicamente prescelto dal CdA. Una scelta ineccepibile, l'unica possibile, che tutti rispetterebbero, anche e soprattutto perché non ci sono, nel nostro mestiere, professionisti seri e coerenti per tutte le stagioni. Non trovereste nessuno, capace e degno di stima internazionale, disposto a subentrare in queste condizioni. Tanto è vero che già una volta si è dovuti ricorrere ad uno straniero, de Hadeln, nell'impossibilità di individuare un direttore italiano che non fosse una mezzacalzetta, indegno di dirigere la Mostra. Lei forse non ignora che gli autori cinematografici italiani e europei che hanno a cuore le sorti della Mostra e l'autonomia della biennale hanno recentemente ventilato la possibilità di dar vita ad un controfestival qualora quell'insopprimibile autonomia e l'indispensabile libertà di scelta del CdA vengano lese dal discusso provvedimento di riforma promosso da Urbani. Non si tratta di una minaccia ma di un impegno fìnalizzato a salvaguardare indipendenza, prestigio e storia della Mostra ma anche l'autonomia dell'intera Biennale, dunque anche la Sua e quella dei consiglieri. A tal fine siamo pronti ad organizzare un altro festival diretto collegialmente da ex direttori della Mostra in stretta collaborazione con gli autori che già nel 1972-73 dettero vita alle Giornate del cinema. Ciascuno di noi possiede fra l'altro quella stima, quel prestigio e quel portafoglio di relazioni internazionali utili, anzi indispensabili, per ottenere i film e le presenze migliori (e ancor più se tutti insieme). Non siamo i soli ad esserci impegnati con questa «promessa» che ha già un sito: www.controfestival.venezia.it. Accanto agli autori italiani e agli ex direttori della Mostra ci sono infatti i cineasti europei vociati nella Fera (Federazione europea registi audiovisivi) presieduta da Liv Ullman ma anche quelle molte migliaia di giornalisti e di critici di 62 Paesi di tutto il mondo che hanno capo alla Fipresci (Federazione internazionale stampa cinematografica). Mentre stanno per aggiungersi i circa 2000 cineasti associati nell'European film Academy presieduta da Wim Wenders. Un risultato certamente positivo l'ha ottenuto quell'infelice politica di pesante interferenza diretta nella gestione delle cose della cultura adottata senza alcuna remora da questo ministro del quale da molte parti si chiedono le immediate dimissioni: l'aver riaggregato in difesa della Mostra di Venezia e dell' autonomia della Biennale tutte le forze del cinema internazionale e la stampa dell'intero pianeta. Un capolavoro. Di più, ne conviene?, non si poteva sperare.
l'Unità
9 Gennaio 2004
Biennale: né direttore, né presidente: lettera al prossimo responsabile della Biennale
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Felice Laudadio
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Bene culturale
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