Soluzione "bizantina", cioè all'italiana, per Venezia. Nella ridda di voci, smentite, pettegolezzi, indiscrezioni, baruffe nell'attesa del nuovo presidente della Biennale (o, tutto può essere, magari della conferma di Franco Bernabé), la Mostra del Cinema si ritrova un direttore a metà: Moritz De Hadeln, una presenza che è in bilico da settimane ma che il consiglio di amministrazione dell'ente veneziano ha ieri confermato. Solo per tre mesi, però, nell'anomala veste di "consulente". Spiegano che la trovata consentirà di preparare il festival: in parole povere, mentre a livello politico continuano a darsele di santa ragione e l'erede in pectore di De Hadeln (pare proprio Giancarlo Giannini) comincia a respirare l'aria del Lido, lo svizzero dovrà lavorare come se niente fosse. Salvo cedere il passo (e il lavoro fatto) a chi sarà nominato al posto suo dal nuovo cda. Una soluzione "all'italiana", dunque, un bizantinismo che lo stesso De Hadeln commenta senza scomporsi. «Spero solo che il mio incarico non duri tre mesi ma un tempo più breve: cioè che questo purgatorio duri il meno possibile», dichiara il direttore (o ex direttore? Ah, saperlo). «Mi auguro che la transizione, nell'interesse della Mostra, non si protragga in eterno». De Hadeln non si stupisce perché negli ultimi due anni ne ha viste di tutti i colori, dall'attacco che gli sferrò il mondo del cinema al momento della nomina fino alla difesa appassionata, con minaccia di barricate, da parte dello stesso ambiente alla notizia della sua rimozione. «Mi ero offerto io di continuare a occuparmi della Mostra con un mandato ridotto», continua De Hadeln. «Devo ancora sapere di più di questo incarico. Le mie competenze, per come le intendevo io, dovranno limitarsi al lavoro quotidiano nell'ufficio della direzione della Mostra, nel rispetto delle decisioni di chi la dirigerà successivamente». Aggiunge che gli rimagono «oscuri» i motivi per cui tutto questo accade: «Credo che non siano chiari a nessuno. Comunque, bisogna far presto, a livello internazionale si comincia a ridere». Come dargli torto? Anche se resta da capire perché si sia prestato a questa "soluzione". Tanto più che, con il festival di Berlino alle porte e la macchina da guerra Cannes già impegnata ad affilare le armi, Venezia rischia davvero di venire tagliata fuori dal club dei grandi eventi mondiali. Intanto, insieme con le polemiche, galoppano le voci sul toto-presidente della Biennale. «Siamo in una fase di vergognoso, se non cinico, dilettantisimo», tuona il consigliere di amministrazione Valerio Riva, «si sta mandando all'aria la Biennale». Rincara Amerigo Restucci: «E' paradossale che nessuno abbia visto il decreto di riforma dell'ente veneziano». Decreto che dovrebbe essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale oggi o domani, insieme con i nomi dei membri del cda di nomina ministeriale. «E' stato preso atto della fine di un ciclo di gestione della Biennale», ribatte il sindaco di Venezia, Paolo Costa. «Nella riforma, Urbani ha colto le obiezioni giunte dalla città». Attacca la deputata dei Verdi Luana Zanella: «Urbani, dopo aver tentato di smantellare l'ente, non riesce nemmeno a garantire l'ordinario». A proposito del nuovo presidente della Biennale, nei giorni scorsi si erano fatti diversi nomi: l'ambasciatore Umberto Vattani, rappresentante italiano presso la Ue (che avrebbe però rifiutato), il sociologo Francesco Alberoni, Cesare De Michelis, l'economista Giuliano Segre, l'italianista Vittore Branca (che ha commentato: «Nessuno me l'ha proposto e del resto non accetterei mai, ho 90 anni»), lo storico Pietro Melograni. E' circolato anche il nome dell'ex amministratore delegato della Bnl, Davide Croff, mentre c'è qualcuno pronto a scommettere sulla riconferma di Bernabé che proprio ieri ha definito i due anni alla Biennale «un'esperienza rischiosa ed esaltante». Non ha nessuna intenzione, per il momento, di fare un discorso di addio ma solo «di semi-addio». Coraggio: la telenovela continua.