Continua il tormentone della Biennale, che ormai rischia di trasformarsi in un gioco delle tre carte. Ieri il consiglio d'amministrazione dell'ente veneziano, delegittimato dal ministro Urbani subito prima di natale perché non affidasse a Moritz De Hadeln la direzione della mostra del cinema, si è riunito e ha affidato allo stesso De Hadeln un prolungamento di tre mesi del suo incarico. Il presidente Bernabè ha dichiarato che questo non è il suo addio, ma semmai un «semi-addio», e non ha voluto escludere del tutto che Urbani lo possa rinominare presidente. Il mistero si infittisce, anche se sembra somigliare sempre di più alla tecnica del polverone alzato ad arte, come era già successo quando un mese fa Urbani ha mostrato di accogliere il diluvio di critiche alle sue proposte di statuto, con il risultato vero di poter più speditamente procedere dritto per la sua strada. Con il cambio della legge, il ministro deve ora nominare il presidente e quindi dar luogo al nuovo organo direttivo della Biennale. Aveva promesso di farlo entro l'epifania, poi ha spostato il termine a oggi, con il contraccolpo della conferma «temporanea» di De Hadeln da parte del consiglio uscente e decaduto. Più che un mistero (perché qualcuno in qualche sede avrà pur chiaro il gioco) sembra una burletta, un gioco delle parti utile solo a screditare ulteriormente l'intera istituzione veneziana. Voci e nomi continuano a girare all'impazzata: per il cinema ad esempio ci sono altri nomi a fianco a quelli di Giancarlo Giannini e Marco Müller, e nessuno di loro, naturalmente, potrebbe e vorrebbe far tesoro del lavoro che da qui a tre mesi potrà raccogliere De Hadeln. Né, nello stesso tempo, il nome di Müller sembra garantire quella rivalutazione del cinema italiano invocata per Venezia da Urbani, e da Raicinema e dalla consorteria di Cinecittà dopo la mancata premiazione di Bellocchio: i suoi interessi maggiori sono da sempre rivolti a oriente. Né ci sarebbe di conseguenza un maggior glamour americano al Lido. Sembra che ognuno parli per suo conto, tirando la classica coperta. Si dice infatti che Urbani (che a suo tempo sfrattò anticipatamente Baratta e nominò Bernabè, senza visibili pressioni pubbliche) abbia ora maggiori difficoltà a trovare qualcuno che vada a fare il presidente, in condizioni di libertà sempre più vigilata da parte del governo. Il nome più insistito è quello di Piero Melograni, un passato nel Pci, ora nell'area berlusconiana e firma del Corriere della sera. Quanto ai consiglieri, ci sono sempre i politici che grazie al nuovo statuto potranno entrarvi direttamente. Bernabè ieri ha fatto notare che, a parte il cinema, tutti gli altri settori sono già stati deliberati e programmati per il 2004. Come se il cambio degli interlocutori, magari con dei veri commissari politici, possa essere per i direttori la stessa cosa, e con le stesse garanzie. Siamo già dentro un horror catastrofico, che sta sommergendo la Biennale di Venezia come un'acqua alta velenosa. Se a Urbani e alla maggioranza cui appartiene interessa come pare solo il controllo dei soldi e dei poteri che mantengono la Biennale come le altre istituzioni culturali, dovrebbero sapere che per essere presentabili, in società e sul mercato, quei «prodotti» devono pur mantenere un minimo di attrattiva e appetibilità.
Quell'ente così poco appetibile
Il consiglio d'amministrazione della Biennale di Venezia ha confermato Moritz De Hadeln alla direzione della mostra del cinema per altri tre mesi. Il presidente Bernabè ha dichiarato che questo non è il suo addio, ma un semi-addio. Il ministro Urbani, che ha delegittimato il consiglio d'amministrazione, ha promesso di nominare il nuovo presidente entro l'epifania. Il cambio della legge richiede che il ministro nomini il presidente e dar luogo al nuovo organo direttivo. Voci e nomi continuano a girare, tra cui quelli di Giancarlo Giannini e Marco Müller. Il nome di Müller sembra garantire una rivalutazione del cinema italiano, ma i suoi interessi maggiori sono rivolti a oriente.
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