C'è un passo de L'occhio di Napoli dove Raffaele La Capria scrive che «una città muore quando non viene più ripensata continuamente, quando non ha più niente da dire e su di essa non c'è più niente da dire». Al contrario, «una città è viva se produce linguaggio: non solo parole ed esperimenti di parole, ma idee, concetti, sogni, propositi, utopie, punti di vista per raccontare se stessa interessando gli altri e per capire la realtà degli altri attraverso la propria». La Capria identifica così un elemento di rischio che deriva dalla storia stessa di Napoli, luogo che più di ogni altro è stato rappresentato, descritto, narrato e meno di tutti probabilmente è stato ripensato. Sarebbe crudele applicare ora questa sorta di teorema al presente napoletano, alla città assediata dai rifiuti che sembra somigliare alla Leonia di Italo Calvino, dal pattume debordante che invaderebbe il mondo se non ci fossero altri immondezzai vicini a premere: ne verrebbe un giudizio sommario e senza appello, spietato nella sua legittimità ma ingiusto verso una cultura che comunque continua a esprimere segnali interessanti. Errore più grande, però, sarebbe non partire da questo scenario per analizzare le ragioni che hanno portato alla Napoli oggi tragicamente sotto gli occhi del mondo dove l'apocalittica profezia delle Città invisibili pare essersi avverata. Benedetto Gravagnuolo, in Napoli dal Novecento al futuro - Architettura, design e urbanistica (Electa Napoli, pagg. 267, euro 39: martedì alle 17 ne discuteranno con lui all'Istituto italiano per gli studi filosofici Pasquale Belfiore, Ennio Cascetta, Ambrogio Prezioso e Guido Trombetti) assume invece proprio l'immagine calviniana dei marciapiedi inondati di sacchetti di plastica per raccontare un secolo di progetti, impegno pianificatorio e di elaborazione teorica che hanno segnato la vita della città. Da storico dell'architettura - e da poco ex preside della facoltà alla «Federico II» - segue la traccia disciplinare, ma si tiene lontano dallo specialismo attraverso una riflessione che si alimenta di letteratura, cinema, filosofia, arte tanto da allestire un saggio programmaticamente ibrido e indicare una direzione di percorso buona alla comprensione del complicato oggetto Napoli. Perché Napoli dal Novecento al futuro è uno strumento di ricognizione e di studio attento, ricco e documentato su un secolo lunghissimo di architettura e di urbanistica ma si propone soprattutto come un'occasione di ripensamento sofferto e di critica radicale della contemporaneità. Per giungere alla conclusione amara che l'immagine della città si è clamorosamente infranta nello specchio mediatico rivelando l'assoluta incapacità di essere communitas: il profilo del trittico di Lorenzetti sul buongoverno è lontano anni luce dalla liturgia dei proclami e delle migliori intenzioni e dall'incapacità esibita di fronteggiare problemi e conflitti. Tutto ciò mentre in un altrove neanche così lontano si sperimentano programmi e idee, si chiamano architetti di fama internazionale, si mettono in pratica le loro opzioni, si declina il valore del vivere civile e si disegna una prospettiva per l'avvenire. A Napoli no. «È davvero così difficile poter sperare che anche nella nostra città la pianificazione possa diventare uno strumento trainante dello sviluppo, senza ridursi ad un astratto disegno idealizzato, costellato dia stratti enunciati e di regole atemporali?», è la domanda retorica che pone. La risposta di Gravagnuolo è che «il piano dovrebbe rappresentare, appunto, lo "strumento" di un motivato e lungimirante "governo" del processo di modificazione e di riqualificazione della città». Proprio a partire dal livello di crisi più intenso. Spiega, citando i versi di Holderlin che Heidegger utilizzò nel discorso su «La questione della Tecnica», che «là dove c'è il pericolo nasce anche ciò che salva». A condizione che ci sia passione simile a quella con cui Benedetto Gravagnuolo ha condotto il suo viaggio nel Novecento napoletano e la consapevolezza che non c'è una strada diversa.