Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, seconda moglie di Ferdinando IV, fu ritratta dal Camuccini: oggi quel quadro rientra nel Museo Duca di Martina Una Lady Diana dei tempi antichi. Di lei il re Borbone disse: "Che bella cosa! Mi fa fare ciò che voglio" Pare di vederla sorridere, Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia, anche nel ritratto che il Rotary di Posillipo e Unicredit hanno fatto restaurare per permettere al quadro di tornare al Museo Duca di Martina (e che sarà presentato oggi alle 10.30 alla Floridiana dalla direttrice Luisa Ambrosio). Pare che serenamente si faccia beffe degli intrighi e delle turbolenze di corte dei Borbone, delle ansie del regno, delle pesantezze della politica. Aveva tutto ciò che voleva, lagio, la ricchezza, Palazzo Partanna nella futura piazza dei Martiri, la villa Floridiana progettata per lei da Niccolini e "che pareva fatta dalle fate". Aveva feste e battute di caccia e pesca. La sicurezza del futuro per i figli di primo letto. Ma soprattutto aveva il rispetto e le chiavi del cuore di Ferdinando IV di Borbone o I delle Due Sicilie, la duchessa, altrimenti soprannominata "sultana favorita". In realtà però più che una "novella Maintenon", come la nobile siciliana veniva definita da chi le dimostrava malevolenza e riprovazione comparandola alla favorita del Re Sole, per la sua indifferenza alla politica (tutto il contrario di Maria Carolina), Lucia Migliaccio fa pensare a Lady Diana. Rimase sempre più dama che regina, più donna "ombra" che convinta del ruolo assegnatole da Ferdinando. È vero, il tipo di contratto matrimoniale, che sanciva nozze di secondo piano, non permetteva di mostrarla con la corona in testa. Ma lei non sembrava poi tanto dispiaciuta. Come non pensarlo, quando si legge lo spazientito racconto del pittore chiamato da Ferdinando, Vincenzo Camuccini - autore di grandi dipinti conservati a Capodimonte, ma anche artista del Vaticano e allepoca più famoso di Ingres - che tenta invano di ritrarla nel dipinto e farla somigliante. Per quanto cerchi, lartista non riesce a convincere il mobile sguardo della duchessa a bloccarsi per qualche istante. Il tempo di fissarlo. "Appena cominciai a dare la prima pennellata, mi disse di essere stanca alla peggio - scrive Camuccini al fratello Pietro - e di tornare lindomani alla stessa ora". Insomma maestro insigne o no, si fa a modo della duchessa che finora, tra laltro, era stata ritratta in movimento, mai immobile. Per lei posare era un po morire. Dunque sfugge alla ritrattistica in senso stretto, questo dipinto che pure ci restituisce Lucia Migliaccio unita a Ferdinando da un matrimonio morganatico o "di coscienza" dopo qualche anno di legame clandestino cominciato mentre era ancora viva Maria Carolina. Lucia era una Diana per la scarsa ambizione reale, ma per Ferdinando fu una Camilla del primo periodo, tanto che il re una volta disse: "Che bella cosa! Ho una moglie che mi lascia fare quello che voglio". Chiaro riferimento a un passato del tutto differente. Non era il solo, il re, a godersi il presente. La duchessa aveva ereditato il titolo e il ducato dal padre Vincenzo che laveva ricevuto dalla nonna Lucia Bonanno. Era nata a Siracusa nel 1770, aveva quindi 19 anni meno di Ferdinando e venti meno di Maria Carolina, la quale morì nel 1814 a Vienna, dopo otto anni di esilio in Sicilia. In quel lasso di tempo il re e Lucia si conobbero. La Migliaccio aveva sposato Benedetto Partanna Grifeo, che laveva lasciata vedova nel 1812 dopo una vita di non smodati lussi e di parecchie malattie. Appena due anni dopo già tutto era cambiato. A cinquanta giorni dalla vedovanza del re, eccolo impalmare la bella duchessa dagli occhi scuri e profondi. Nel ritratto di Camuccini, costato a Ferdinando 400 ducati, è vestita alla moda dei figurini di Parigi: il cappello da caccia con la piuma, in mano una miniatura col ritratto del re. Tutto è alla moda, stile Impero. Nel poco tempo che il pittore è riuscito a tenerla seduta, Lucia posa come unantica donna greca, a gambe incrociate su una poltrona decorata con una sfinge, accanto unidria di terracotta che il ceramista Giustiniani avrebbe riprodotto inventando uno stile. Il quadro, riconosciuto da Maria Tamajo, storico dellarte della soprintendenza di Nicola Spinosa, fu scoperto in casa Grifeo da Salvatore Di Giacomo e fu comprato dallo Stato negli anni Trenta. Di Giacomo scrisse "Ferdinando IV e il suo ultimo amore" e pubblicò le lettere dei due: lo sguardo sfuggente della dama aveva sedotto anche lui.