Dallaltro, linvito a Ray Bondin è rivolto a un esperto internazionale di interventi analoghi, che è in grado di descrivere e illustrare problematiche affini, di evidenziare le difficoltà amministrative incontrate, di indicare gli strumenti più efficaci posti in essere altrove e soprattutto di farci capire come fare a spendere in modo ottimale la somma di 220 milioni che i fondi europei e la Regione Campania hanno già un anno fa messo sul conto di un tale intervento. In altre parole, prima ancora che tale impegno di spesa venga utilizzato per finanziare questa o quelliniziativa particolare - della cui legittimità e interesse architettonico-urbanistico non discuto e non intendo discutere in questa occasione, poiché essa dovrebbe essere vista come preziosa chance di confronto in vista del miglior risultato - sarà quanto mai opportuno, per non dire necessario, riaprire il dialogo tra le varie componenti (ahi, la società civile!) che concorrono o intendono concorrere a questo scopo. E ciò senza operare steccati pregiudiziali se non di carattere metodologico, e perciò appunto scientificamente e documentalmente motivati; e senza cedere alla tentazione, così cara al nostro costume para-mafioso, di stabilire percorsi privilegiati, connettere amicizie importanti, assicurarsi personalmente e preventivamente il gradimento del politico di turno, garantirsi lesito realizzativo prima ancora che si sappia con relativa certezza che cosa fare e come farlo, evitare "perdite di tempo" in "inutili" discussioni, e così via, tutte cose che sfociano nel non sapere decidere (perché non si vuole ascoltare) o peggio nel decidere cose e modalità che passano sulla testa di tutte le competenze, recentemente richiamate nel dibattito in corso sul tema. Ho più volte sottolineato - e credo in modo icastico con il documentario "Centro anticonuovi problemi" (www.napoli.com, 2006) - come la problematica della fin troppo vasta area urbana sia essenzialmente costituita dalla sua destrutturazione; in ciò senza scoprire nulla di nuovo, dato che tale caratteristica si ritrova in quasi tutte le aree centrali europee, dove più che altrove si è prodotta espansione specializzata, e dove ancora una volta si è pagato lo scotto di visioni urbanistiche settoriali, determinate in linea di principio dalla crisi del moderno razionalismo. Alla complessa articolazione edilizia, economica, sociale prodottasi nel centro storico nella secolare riconferma della sua centralità urbana ha perciò fatto seguito una disseminazione di funzioni periferiche (lo sviluppo!) che ha tolto linfa vitale alla città antica, senza che in essa si mettesse in moto un processo di ricucitura e di reidentificazione, ma anzi alimentando usi impropri e destinazioni duso contraddittorie, quando non brutali sostituzioni edilizie determinate da ragioni puramente speculative. Eusebio Leal, che non è un architetto, ci ha recentemente illustrato quanto si è fatto a LAvana; ma egli è stato nominato e ha operato inizialmente come Historiador de la ciudad, per poi stendere un vero e proprio programma concreto. Questa procedura va tenuta ben presente, se si vuole che la riqualificazione del centro storico sia sentita da tutti come un processo virtuoso, e non una mera occasione professionale. È vero, in altre parole, che crediamo di sapere tutto (o quasi) sul centro storico, ma non vorrei che finissimo perciò col concludere come quel gioviale costruttore napoletano, che in un remoto convegno esclamò: «Allora, mettimme mano?». Limpiego dei fondi europei non può perciò che essere finalizzato in buona parte a unattenta disamina e motivazione storica e socio-economica degli interventi, per mezzo di un piano che inquadri modi e tempi degli stessi, che non possono e non devono essere solo interventi edilizi, e programmi - al di là delle somme ora messe a disposizione, inevitabilmente insufficienti - le coerenti azioni future. Subito dopo, occorrerà delineare un vero e proprio meta-progetto (che non è ancora un progetto urbanistico o architettonico), che individui e articoli gli interventi concreti e ne stabilisca la sequenza ottimale. Certo, mi rendo conto che in una città nella quale si sconquassano in pochi mesi tutte le strade del centro storico, per non perdere i finanziamenti europei, quanto ho appena scritto è unutopia grande; ma tuttavia dobbiamo crederci, se - al di là del vantaggio economico immediato che deriverà dallimpiego dei fondi - intendiamo sul serio avviare il problema a soluzione.
NAPOLI - spendere nel centro storico
L'autore sostiene che la riqualificazione del centro storico di Napoli non può essere un semplice intervento edilizio, ma richiede una disamina approfondita della storia e della società locale. Egli critica le visioni settoriali e speculative che hanno portato alla destrutturazione dell'area urbana e alla disseminazione di funzioni periferiche. L'autore propone di creare un piano che includa azioni future e di delineare un meta-progetto che individui gli interventi concreti e stabilisca la loro sequenza ottimale. Egli riconosce che questo potrebbe sembrare utopia, ma sostiene che è necessario per avviare il problema a soluzione.
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