A guardare le pareti della fondazione di Renzo Piano uno si domanda dove troverà mai il tempo dinsegnare il mestiere ai giovani. Venti progetti in giro per il mondo, la metà negli Stati Uniti, da Boston a San Francisco. È larchitetto che ha più contribuito a ridisegnare il volto di New York dopo l11 settembre, con le nuove sedi del New York Times, Morgan Library, Columbia University e ora il Whitney Museum. È più presente sulla stampa americana di alcune star di Hollywood. Che senso ha dunque parlare di «ritorno alla bottega», come ha fatto Renzo Piano ieri allinaugurazione della sua fondazione-atelier a Vesima, fra Genova e Arenzano, destinata a diventare luogo di studio e pellegrinaggio di studenti dai cinque continenti, per vedere, toccare i progetti del più celebre architetto del pianeta e magari il mitico Renzo in persona? Non sarà una mezza civetteria? «No, non ho abbastanza tempo neanche per quello e sono abbastanza scaramantico per non costruirmi un museo da vivo. A settantanni lesigenza di trasmettere il sapere alle nuove generazioni è fondamentale. Lidea della bottega mi è venuta per la prima volta visitando il tempio di Issè, in Giappone, dieci anni fa. È un tempio che viene ricostruito ogni ventanni ed è una metafora perfetta delle stagioni della vita. A ventanni ci vai per imparare a costruire, a quaranta lo costruisci, a sessanta ci torni per insegnare ai giovani. Vorrei fare qualcosa di simile. Non unesposizione, ma un luogo di lavoro, una bottega vera e propria aperta agli apprendisti. Abbiamo accordi con una dozzina di università da ogni parte del mondo. Nellera di Internet la bottega rinascimentale, dove simpara facendo le cose, mi pare attualissima, un antidoto alla serialità tecnologica, al pericolo che tutto, lavoro e sapere, si smaterializzi». La formazione è uno dei problemi più gravi, non solo in Italia. Ma qui la separazione fra università e mondo del lavoro è più evidente. Nel vostro settore è in corso una specie di faida fra gli accademici, che quasi mai vengono dal mestiere o comunque hanno smesso di farlo da tempo, e gli architetti in attività. Loro criticano qualsiasi cosa facciate e voi li considerate mezzi falliti. «Le tinte sono un po forti, ma è in buona parte così. Però la faida cè soltanto in Italia. In ogni caso, il rapporto fra il fare e linsegnare da noi è sempre stato problematico. Anche ai miei tempi». A proposito, lei ha fatto luniversità intorno al 68. «Ahimè, un po prima, ma il 68 al Politecnico di Milano è cominciato fin dal 62». La facoltà di architettura era occupata un giorno sì e laltro pure. Si facevano gli esami di gruppo e i professori, terrorizzati, regalavano piogge di «trenta politici». Dove ha imparato il mestiere? «Nello studio di Franco Albini, appunto. Premetto che non sono un pentito. Ero fra i primi a occupare, con tanto di eskimo regolamentare. Non mi pento perché quello sguardo politico mi è servito molto. Ma avevo capito che per cambiare il mondo dovevo imparare a fare le cose. Così la sera andavo a occupare, a scuola di ribellione e di utopia, ma di giorno andavo da Albini a rubargli il mestiere». Come ci era arrivato, chi laveva raccomandata al grande Albini? «Nessuno. Avevo fatto la posta per giorni davanti al suo ufficio di via XX Settembre, allontanato più o meno gentilmente ogni volta. Finché Albini, per stanchezza, decise di ricevermi. Mi disse subito: chi ti ha detto di venire qui? Perché dovrei prenderti? E io, pronto: che cosa ci rimette, mi provi per un mese. Rimasi due anni. Albini mi rivolgeva la parola in media una volta ogni due giorni. Era impegnatissimo, con progetti enormi: la metropolitana milanese, la Rinascente a Roma, Palazzo Rosso a Genova. Ma a me bastava guardarlo allopera, litigare con i collaboratori e con i committenti, disegnare, ridisegnare, fare sopralluoghi, parlare con la gente del posto, andare per cantieri. Questa è la bottega». Ma i grandi architetti vanno ancora per cantieri a discutere coi muratori o non sono troppo impegnati fra ricevimenti organizzati dai politici per annunciare nuovi progetti mirabolanti, oppure a recitare la parte dei geni per il circo mediatico? Lantropologo Franco La Cecla ha scritto un pamphlet contro larchitettura. «La sua è unesagerazione, ma daltra parte le polemiche o sono esagerate o sono noiose. E poi, diciamo la verità, non ha tutti i torti. Si costruisce tanto, troppo, e spesso si rischia soltanto di mettere una griffe su un luogo, senza preoccuparsi di chi ci dovrà vivere. Altre volte finisci per farti strumentalizzare dal potere che ha bisogno di un nome per coprire una speculazione. È la ragione per cui ho rifiutato molti progetti. Per mia fortuna, posso permettermelo. Poi certo, in queste polemiche rimane sempre un tasso di demagogia». Meglio esagerare nelle critiche che negli elogi, non le pare? «Certo, sarebbe stato meglio litigare come si fa oggi. A volte perfino le critiche ingiuste possono servire, perché segnalano comunque un disagio. Il mio progetto di costruire la torre della banca San Paolo a Torino ha scatenato un putiferio. Mi sono offeso, ho replicato, ma infine devo ammettere che il progetto lho migliorato anche grazie ai miei critici. Il problema vero è quando non cè di mezzo una grande firma e non se ne discute. In questo ha ragione Fuksas, si contano nove milioni di abusi edilizi in Italia, quasi quanto nel resto dEuropa, e ci accapigliamo sulla pensilina di Isozaki agli Uffizi». La verità è che gli architetti ormai gestiscono un potere enorme, più che in ogni altra epoca. «È un mestiere che oscilla fra onnipotenza e frustrazioni enormi. Bisogna saper convivere con il senso dinadeguatezza. Un bravo architetto non è un poeta, non è uno scienziato e non è un costruttore, ma un misto di tutte queste cose. Un equilibrio difficile che si ottiene soltanto rimanendo con i piedi per terra, cercando di ascoltare la società e non dimporre un segno, uno stile, per quanto bello. La bellezza non è tutto».