Credo che a più di quarant'anni dalla seconda Mostra internazionale sul restauro monumentale (Venezia, 1964) si possa finalmente voltare pagina sul passato e pensare al futuro. Intendo dire che la disciplina del restauro deve dare per acquisito il percorso fatto in questi decenni e rivolgere l'attenzione della ricerca verso gli obbiettivi rimasti nell'ombra; talvolta così oscuri, da dare l'idea che questo nostro universo disciplinare sia pervaso da una qualche forma d'immobilità (...). I veleni di quella cesura che ha diviso apparentemente per almeno trent'anni due mondi che si confrontavano attraverso l'uso di due termini dati per contrapposti, quali «conservazione» e «restauro», non hanno più ragione di essere. Ci sono tutti gli elementi per andare oltre e sviluppare altri aspetti della ricerca per la tutela del patrimonio culturale. Penso che sia ancora troppo evidente e, per certi versi un po' imbarazzante, quella continua necessità di andare a cercare al di fuori di noi un sistema di valori attraverso cui riconoscersi. Mi riferisco a certe escursioni filosofiche, linguistiche, iconologiche che danno la dimensione non vera di un'incerta ricerca della verità di questo nostro operare per la tutela. Penso che si stia indugiando troppo nel riaffermare quella necessità di conservare al fine di trasmettere dei valori al futuro e troppo poco sul riconoscimento di ciò che conserviamo... Per conto mio, si traccheggia quasi inutilmente nel parlare di tecniche del restauro, mentre ci si sofferma troppo poco sul riconoscere il significato di ciò che conserviamo. Così facendo, c'è rischio di dare ragione ancora una volta a chi considera la capacità di analizzare un monumento in termini costruttivi, come un modo della storiografia di rango inferiore, che è stato additato sbrigativamente come il modo di fare storia del «restauratore». Ancora; penso che ci sia troppa poca conoscenza tecnica nell'insegnamento del restauro. Mentre si è fatto addirittura troppo su un settore specifico come quello dei materiali e delle superfici, tanto che taluni son diventati petrografi piuttosto che restauratori. In realtà, basta leggere scritti anche molto recenti sul progetto di restauro, per vedere che le conoscenze tecniche si limitano a guardare la fabbrica attraverso la sua superficie. E poco più... Dunque, c'è bisogno di risalire la china della ricerca, dando per scontato che per le superfici, ormai, basta seguire l'evolversi della tecnica per continuare un percorso virtuoso, com'è stato quello intrapreso tra la fine degli anni '70 del secolo scorso e i primi anni '90. Di tutt'altro segno è l'attenzione al problema dello stato di conservazione dell'impianto strutturale. Dopo le illuminanti intuizioni di Salvatore Di Pasquale, eppoi di Edoardo Benvenuto e Antonino Giuffrè, sul piano dell'operatività non è maturato un sistema analogo a quello messo a punto per le superfici; ed è per questo motivo che hanno avuto buon gioco in questi anni interventi di consolidamento devastanti, perpetrati soprattutto a seguito di eventi sismici anche non troppo severi. D'ora in avanti, bisogna lavorare sull'intero organismo architettonico, affinché sia possibile far maturare i modi che consentano una seria attività di prevenzione per l'intero patrimonio culturale e perché la conoscenza della fabbrica, dei suoi elementi strutturali, dei suoi momenti di sofferenza rappresenti da una parte lo strumento per arrivare davvero alla realizzazione del minimo intervento e, al contempo, per costruire una storia che sia una storia della materialità in quanto prodotto dell'uomo, che si aggiunga, che talvolta corregga, che alle volte emendi la storia della «grande arte», quella delle emozioni e dell'immaterialità.