La polemica sul nuovo Auditorium di Ravello, progettato da Oscar Niemeyer, ha raggiunto i toni aspri di una disfida. Associazioni e studiosi che in precedenti occasioni si erano trovati uniti in comuni battaglie di cultura, si sono schierati su contrapposti fronti. Certo, resta salva la costellazione dei valori condivisi, tra i quali si staglia il principio della tutela del paesaggio. Ma antitetici sono i giudizi nel merito dell'opera ideata dal grande architetto brasiliano. Valga ad esempio la drastica differenza di aggettivi tra la sezione salernitana di Italia Nostra, che ritiene l'Auditorum inammissibile perché avrebbe un «impatto paesistico-ambientale sconvolgente», e quella di Legambiente che, al contrario, ha esternato un parere inequivocabilmente favorevole, indicandolo come «un'opera di importanza straordinaria». La diatriba è sfociata in due ricorsi al Tar. Il primo è stato avanzato dai proprietari del terreno da espropriare, che si oppongono a tale decisione, senza nascondere l'intento di utilizzare tale lotto per edificare un parcheggio a più livelli. Il secondo ricorso è stato presentato da Italia Nostra e dal Wwf, che ritengono la realizzazione dell'Auditorium in contrasto con la normativa del Put (Piano Urbanistico Territoriale dell'Area Sorrentino Amalfitana varato dalla Regione Campania con la legge regionale n. 35 del 1997). E ciò nonostante i pareri di congruità al Put già formulati dal Comitato Tecnico Regionale (in data 24 luglio 2003) e dalla Conferenza dei Servizi (il successivo 4 agosto 2003) quale presupposto logico allo stanziamento di 18,5 milioni di euro per la realizzazione dell'opera da parte della stessa Regione. Saranno i giudici del Tribunale Amministrativo a vagliare - nella piena autonomia di valutazione - l'eventuale fondatezza dei ricorsi. Azzardare pronostici sul verdetto sarebbe fuorviante, ma forse non è inutile soffermare l'attenzione su tale questione muovendo dall'angolazione culturale, alla quale si affianca, come derivato di secondo grado, il ricorso giuridico. In tale ottica, le domande che dobbiamo porci sono sostanzialmente tre. L'Auditorium rappresenta un'opera utile per la collettività? L'ubicazione della nuova costruzione è corretta rispetto al borgo preesistente? E infine: l'architettura mostra una qualità degna del contesto storico-paesistico nel quale va ad inserirsi? La risposta al primo interrogativo è talmente ovvia da farla ritenere quasi una domanda retorica. Nessuno, credo, potrebbe negare i vantaggi che l'Auditorium recherebbe a Ravello in termini di valorizzazione turistica e di ricadute occupazionali. Altrettanto indiscutibile è la saggia collocazione del nuovo manufatto in un'area panoramica, benché degradata, al di fuori del tessuto storico consolidato, ma collegata alla Piazza del Duomo ed alla Villa Rufolo (sede dei concerti all'aperto del Festival) da una galleria (realizzata nel secondo dopoguerra per favorire un rapido accesso delle autovetture nel centro antico e che andrà ristrutturata come passaggio pedonale). Sarà necessario infatti procedere piuttosto all'elaborazione di un piano di riassetto urbanistico e di valorizzazione del patrimonio storico, coniugando l'antico con il nuovo. Il vero pomo della discordia resta, dunque, il terzo interrogativo. In antitesi con un consolidato luogo comune, ritengo però che «de gustibus est disputandum». Va da sé che in una società civile i «pareri» decisivi competono alle pubbliche istituzioni. Nel caso specifico l'Auditorium ha già acquisito il parere favorevole della Soprintendenza, nonché dei vari enti locali (dal Comune, alla Comunità Montana, fino alla Regione). Tuttavia, è un sacrosanto diritto della pubblica opinione discutere sulla qualità del costruire. Ebbene, a mio avviso, l'Auditorium ideato da Oscar Niemeyer aggiungerà un «nuovo monumento» al patrimonio storico ereditato. L'anziano maestro lo ha concepito come una vela bianca, forata da un «occhio» che guarda sull'azzurro del mare. I quattrocento spettatori potranno così godere dell'ascolto della musica intravedendo attraverso l'oculo vetrato le onde del «golfo delle Sirene» anche in una piovosa serata d'inverno. Richard Wagner ne sarebbe stato entusiasta. Vista dal mare, la flessuosa sagoma bianca della «moderna» copertura entrerà in relazione analogica con la mediterraneità delle anonime costruzioni rurali dipinte con la calce. Certo, le dimensioni e la forma non sono mimetiche, rappresentando anzi con tutta evidenza un «segno» del nostro tempo. Ma è proprio questo il punto. Se è vero che ogni nuova costruzione modifica il contesto preesistente, restà altresì innegabile che un'architettura di qualità «progetta» il paesaggio, elevando uno stato di natura in cultura. E il fascino innegabile della Costiera Amalfitana sta proprio nel connubio armonioso tra natura e architettura. Il patrimonio che vogliamo tutelare è l'esito della stratificazione plurisecolare dell'artificium umano: dai semplici terrazzamenti coltivati ad agrumi, alle splendide cupole con embrici maiolicati. Solo un ignorante o una persona in mala fede potrebbe sostenere che il nostro tempo non ha un livello culturale tale da esser degno di aggiungere al patrimonio del passato «nuove architetture» emule delle antiche armonie. Il nome di Oscar Niemeyer è già entrato nei libri di storia per aver realizzato, in varie contrade del mondo, alcuni emblematici capolavori dell'architettura del XX secolo. Il progetto dell'Auditorium è un dono, scevro da ogni gretto interesse professionalistico. Sta a noi decidere se accettarlo, o restituirlo al mittente. Del resto non sarebbe la prima volta che l'estremizzazione del conservatorismo privi l'Italia di opere di grandi autori. A Venezia l'ostruzionismo delle retroguardie riuscì ad impedire la realizzazione di progetti di Wright, di Le Corbusier e di Kahn. Ma in quegli stessi anni le città e i paesaggi italiani furono sommersi da un immane cumulo di edilizia spazzatura, sotto gli occhi impotenti degli intransigenti inquisitori dell'architettura moderna. L'Italia è il paese con la massima concentrazione di beni culturali a livello mondiale, ma con un grande deficit di edilizia di qualità realizzata negli ultimi cinquant'anni. Ricordo che uno dei suoi ultimi articoli Antonio Cederna lo dedicò all'elogio della nuova Pyramide incuneata da Ieoh Ming Pei nella storica corte del Louvre, confermando che le battaglie culturali da lui sostenute, in sintonia con l'associazione fondata da Umberto Zanotti-Bianco, erano rivolte contro i «vandali in casa», e non contro l'architettura contemporanea di qualità. Sarebbe una vera beffa se l'esito del duro scontro dialettico, in nome dei «sacri principi» della tutela del paesaggio, dovesse concludersi con la realizzazione di un garage in vece dell'auditorium.