I dipinti di Luigi Rabbito raffigurano oggetti di un passato prossimo la leggenda degli uccelli che comunicano in siciliano dal merlo alla cornacchia la leggenda degli uccelli che comunicano in siciliano La civetta sembra esclamare "Tuttu miu" mentre il gufo emette un lamento sulla moglie. Il dialogo di Natale tra bue, pecora e asino Manopole, transistor e rulli sono la testimonianza di un pittore dellumanesimo di una sorta di resistenza al presente globalizzato Un saggio rilancia le interpretazioni raccolte da Pitrè sulle affinità di alcuni suoni col linguaggio degli uomini Frequento quella che, al suo apice storico, fu la superba Contea di Modica, da almeno ventanni, da quando, cioè, partii da Viterbo con la mia valigia di speranze e unidea di futuro tanto confusa quanto fervida. Destinazione: Comiso, "Hotel Sicilia", appena una stella. Costo delle camere, spartane e pulite, contenutissimo come conveniva. Bagni, inevitabilmente, in comune: ma compensava il disagio la scarsissima clientela. La finestra della stanza dove dormivo mi pare saffacciasse sulla campagna che dà verso Santa Croce Camerina e il mare di Punta Braccetto: epperò, per me, quella campagna valeva come la sineddoche misteriosa duna terra già mitizzata attraverso i libri. Ho detto sineddoche: per dire della parte, di sfiancata e arresa dolcezza - un tempo definita, dalle province sorelle, "babba" (un tempo: ma oggi?), bonaria e babbea insomma, per la sua estraneità alla mafia- che si candidava a rappresentare per me il tutto, carico dogni eccesso ed ogni oltranza. Mi aspettava, lì, lo scrittore Gesualdo Bufalino, il più affascinante conversatore che io abbia mai conosciuto: per una lunga intervista che adesso si può ritrovare nel secondo volume delle sue Opere. Non avrei più smesso di scendere a Comiso, tanto che poi ho incontrato una ragazza, bruna e malinconica, di Modica, dolce come quel dialetto e subito irrinunciabile, che mi ha poi dato una figlia, etrusca e sicana come più non si potrebbe. È avvenuto così che, con gli anni, quel paesaggio di carrubi e fichi dindia, vieppiù amato, mi sè come introvertito, approfondito per colori e sentimenti, riformulato nelle sue più riluttanti verità, dentro i quadri della scuola di Scicli e di Guccione, in primis quelli del comisano Giovanni La Cognata, ma anche dello sciclitano Franco Polizzi, del modicano Salvatore Paolino. È stato proprio a Comiso, alla Galleria degli Archi, nel Natale del 2006, con mia moglie Dorotea, che ho visto, per la prima volta, i quadri di Luigi Rabbito, ritrovando, tutta, la disponibilità di quei paesaggi: dico, per esempio, Chiaromonte, o Pascolo. Quindi un quadro come Nonna Rosa: che mi parlava duna gente di cui, ancora La Cognata, mettiamo col ritratto della madre, maveva restituito i volti e i gesti più prossimi. Poi le variazioni di Volo, dal blu al rosso: la misteriosa materialità della materia, grassa di partenza, così limpida e tenue invece nella resa. Infine, la piccola folla di bagnanti - penso a Autoricarica, Dopo lavoro, Appena arrivati, Digestione- a riprendere un tema che fu del grandissimo, inarrivabile, Fausto Pirandello e, perciò, difficilissimo: quel Pirandello il quale, per certi suoi nudi marinari (andate a vedervi, per dirne una, Bagnanti del 1928), potrebbe aver imparato molto da un maestro dellinvecchiamento dellimmagine come Honoré Daumier e che, con la sua specialissima fisiognomica, mi sembra abbia addirittura anticipato Lucien Freud. Aria di casa, insomma: aria di Sicilia. Sicilia già vista e amata, troppo amata: se non fosse per quei singolari oggetti di chissà quale archeologia industriale che mi hanno immediatamente entusiasmato, come quella tela che sintitola Aria compressa (106 per 178 centimetri) e che ritrae un compressore Fimi forse dismesso e abbandonato, guadagnandosi un posto donore nella mia casa viterbese, razionalismo fascista primissimi anni Quaranta: testimoni entrambi - la tela e la casa - di una stessa e già deposta modernità. Ecco: rubinetti e manopole, transistor, benne, estintori, compressori, interruttori, tubature e tondelli. E ancora: trattori, rulli, escavatori, camion, autobus, rimorchiatori, automobili fuori corso, furgoncini apetti e motociclette. Talvolta accompagnati da lacerti di scrittura con fatica decifrabili. E poi la solita, pastosa, invasiva, prepotenza del colore. Non ho alcun dubbio: loriginalità di Luigi Rabbito sta tutta qui, nel pittore meccanico appunto. Occorrerebbe, però, provare ad interrogarsi più a fondo. Ho parlato darcheologia industriale e di modernità deposta. Volevo forse intendere che quella di Rabbito si candida ad essere unoperazione di modernariato pittorico? Che il suo scopo principale resta quello di rubricare una serie di oggetti - di piccola o grande industria poco importa - dun passato prossimo che, però, il nostro presente astratto, informatico e globalizzato, ha già inventariato nei musei? Volevo intendere questo? Non solo e non tanto. Prendete quella scrittura incisa misteriosamente, dai caratteri come di remota civiltà, dal significato in qualche caso sapienziale. Mi pare chiaro: latto di Rabbito ha un che di filologico e rituale, oserei dire di misteriosofico. Giuseppe Traina - a proposito dei bagnanti, però - ha parlato di «emblemi». Ed emblemi, propriamente, diventano questi oggetti: di unaraldica democratica e popolare, mi verrebbe da dire, e duna industria che è ancora il prolungamento dun altissimo artigianato. Lirruzione degli oggetti meccanici sulla tela non vale come un atto daccusa nei confronti delluomo, un atto di giubilo delle cose proclamato in sua assenza, per la sua assenza. Rabbito, in effetti, è ancora il pittore di un ostinato e pertinace umanesimo: i suoi oggetti sono la testimonianza resistente duna nobiltà del fare che è già dun altro tempo. Un tempo di cui è, come pittore, lultimo eroe: forse lunico possibile.