Un Museo dell'Urbe che non sia solo collezione di statue e oggetti d'arte serve -come sostiene archeologo Andrea Carandini - per capire l'evoluzione di Roma nei secoli? È addirittura indispensabile per tessere il filo che lega i frammenti di rovine più antichi a quelli monumentali dell'età imperiale? Oppure sono più che sufficienti (e urgenti) alcune didascalie ben fatte accanto ai resti, oggi incomprensibili ai non specialisti, dei Fori e del Palatino, come sostiene Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa e presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali? Il dibattito fra i due eminenti archeologi divampa, riacceso dall'avvicendamento in Campidoglio. E rimbalza al convegno che la facoltà di Scienze Umanistiche della Sapienza ha dedicato al suo illustre professore che ha compiuto i 70 anni. Allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, in trent'anni di scavi Carandini ha ricostruito lo sviluppo di Roma dalle prime capanne, retrodatando la creazione dell'Urbe all'850 a.C. E in questa occasione mostra per la prima volta al pubblico il risultato di un lavoro che riassume graficamente le sue ricerche: una serie di grandi tavole realizzate al computer, dove, per ciascuna delle 14 «regioni» in cui Augusto divise la città, si può via via leggere la nascita e la crescita dell'Urbe. Guardandole con attenzione sembra di veder scorrere un film, per ora a due dimensioni (ma su questa base scientifica si possono poi tentare ipotesi di ricostruzioni in 3D, come è stato fatto per la casa di Augusto). Ecco la regione Vili dei Fori, l'ansa del fiume Albula (il Tevere) dove forse sono approdati i primi abitanti, le tracce di abitazioni documentate da fonti scritte e poi anche dagli scavi, gli insediamenti e le necropoli, già nell'età del bronzo recente, anche tra il colle Velia e il Palatino. E l'età regia quando, tra il 753 e il 617, dopo l'area sacra e le capanne di Romolo e del culto di Marte Ops, lo sviluppo avviene lungo la Sacra Via, con il complesso sacro a Vesta e le prime domus dei re. Si vedono i molti Horti, sorta di fattorie, e le case aristocratiche che si moltipli-cano sul Palatino, mentre crescono i Fori e le varie versioni del Circo Massimo. Case aristocratiehe in seguito espropriate da Augusto, che «si allarga» costruendo la sua Domus sopra quella che aveva come Ottaviano (sulla Casa di Augusto, Carandini ha appena concluso un libro, con Daniela Bruni, che uscirà a settembre per Later-za). L'espansione sul Palatino subisce un'accelerazione con Tiberio, poi con Nerone che, dopo l'incendio del 64 d.C, costruisce la Domus Aurea: questa si estende fino a occupare il Velia e parte dell'Esquilino, con tanto di enorme vestibolo, una statua colossale del princeps alta 35 metri e un lago artificiale dove poi i Flavi edificheranno il Colosseo, mentre con Domiziano l'intero Palatino sarà occupato da edifici imperiali. Un lavoraccio, queste mappe storiche, durato tre anni e compiuto da una squadra di 15 dottorandi e specializzandi che hanno prima approntato una banca dati di tutte le fonti reperite fino agli anni 60-70, poi ne hanno trasferito gli esiti su carte con curve di livello, anche queste modificate secondo l'orografia dell'epoca. Un «Atlante di Roma antica» lo chiama Carandini, che lo stesso nome darebbe all'eventuale museo. «Il lavoro fatto, che vorremmo comunque pubblicare, con accluso ed, potrebbe costituirne la base», spiega l'archeologo. «La sfida oggi non è solo ricostruire i paesaggi sociali e urbani, ma comunicarli attraverso l'informatica e l'archeologia» insiste Carandini: «Ogni città dovrebbe avere un suo museo, e l'Italia stessa potrebbe averne uno. Come a Berlino c'è il museo della Germania. Ma da noi ci sono tante tradizioni, e altrettante resistenze».