Lavorano nel paese che custodisce il 60 del patrimonio artistico mondiale eppure non hanno un contratto collettivo nazionale di riferimento, né un tariffario, né un albo professionale né tantomeno un sindacato di categoria. Sono gli archeologi italiani. Indiana Jones alla disperata ricerca di un riconoscimento contrattuale e sociale. Per questo ieri si sono riuniti in piazza della Madonna di Loreto, davanti alla colonna Traiana, e hanno dato vita al loro sit in di protesta, chiedendo la regolamentazione delle professione, retribuzioni più giuste e maggiori investimenti pubblici nella valorizzazione del patrimonio archeologico. Alla manifestazione erano presenti archeologi di tutta Italia, ognuno con le proprie storie di ordinario sfruttamento da raccontare. "Non avendo un contratto di categoria", spiega Tsao Cevoli, pre - sidente dellassociazione nazionale archeologi, "non abbiamo neanche dei minimi sindacali da far rispettare questo ci rende enormemente ricattabili di fronte ai nostri datori di lavoro. Inoltre, in Italia, nazione paradossalmente così ricca di opere darte, la nostra figura professionale gode ancora di scarsa considerazione". Così a molti archeologi capita di essere inquadrati contrattualmente come operai, nonostante gli anni passati sui libri e nei siti archeologici, i titoli di studio, la laurea, la specializzazione e spesso anche il dottorato di ricerca. Ma a volte succede di peggio. Le società private che effettuano scavi a un archeologo supertitolato e dal curriculum chilometrico preferiscono un geometra. In alcuni casi pure un operaio semplice. E pazienza se non sa distinguere un coccio da un vaso di età imperiale. Del resto, nel Belpaese gli archeologi svolgono un ruolo di subordine, quasi sempre alla dipendenze di società di lavori pubblici il cui primo obiettivo è quello di realizzare grandi infrastrutture come metropolitane o edifici. E per queste imprese i sondaggi archeologici sono solo una fastidiosa incombenza che esula dal core business di riferimento. Le retribuzioni, poi, rimangono a discrezione delle singole ditte di scavo. "Possiamo essere pagati 20 euro al giorno o 70, al massimo 130, indipendentemente dalla nostra esperienza e dai nostri titoli", dice Flavio Castaldi, archeologo, 34 anni, un figlio e un probabile futuro da insegnante dilatino e greco. "Per questo", continua, "gran parte degli archeologi arrivata a 35 anni di età cambia lavoro. E impossibile vivere con simili salari da fame". Va un po meglio ai pochi fortunati assunti al ministero dei Beni Culturali, ai quali viene applicato il contratto da funzionario pubblico. Si tratta di 250 persone assunte perlopiù prima del 1979. Un dato solo apparentemente positivo perché a partire dai primi anni 80 non sono stati più banditi concorsi pubblici per rimpiazzare il personale che va in pensione o eventualmente per aumentare lorganico. "E dire", lamenta Tsao Cevoli, "che il ministero dispone di un archeologo per ogni 1.200 chilometriquadrati, un numero di professionisti assolutamente insufficiente alla tutela del patrimonio archeologico italiano". Altro tasto dolente sono gli scarsi stanziamenti perla tutela dei beni artistici. In Italia si investe lo 0,24 del Pil a fronte di una media europea di investimenti pubblici del 4. "Manca una vera politica di conservazione dei beni culturali", chiosa Castaldi. Un ritornello ormai vecchio che sanno a memoria anche i giovani studenti di Archeologia. Scoraggiati ancor prima di aver messo piede in unarea di scavo archeologico. "Mi sto specializzando alluniversità di Roma Tre", sospira Valentina, "e forse a 30 anni mi dovrò accontentare di un salario di 1000 euro al mese".